sabato 20 giugno 2015

IL BATTEZZATORE E GLI ESSENI



Circa Giovanni il battezzatore ci sono cinque punti da considerare: il suo contatto con gli esseni, la sua predicazione, il battesimo di Yeshùa, il giudizio che ne dà Yeshùa e la sua morte ad opera di Erode Antipa.

La scoperta delle rovine di Qumràn e di molti manoscritti occultati nelle grotte adiacenti ha fatto sorgere la domanda se il battezzatore fosse stato lui pure un membro della setta degli esseni. Alcuni elementi farebbero propendere per il sì, anche se sostanzialmente la sua predicazione è indipendente dal movimento esseno.

Vediamo i punti di convergenza proposti e discutiamoli. Poi vedremo i punti di contrasto.

1. I genitori del battezzatore. Gli esseni, appartenenti al movimento di Qumràn, erano di origine sacerdotale, anzi si ritenevano i diretti discendenti di Sadoc, il sommo sacerdote (unitamente ad Abiatan) del tempo di Davide, e rimasto poi l’unico vero sacerdote legittimo quando Salomone depose Abiatan. Gli esseni si chiamavano perciò anche בְנֵי־צָדֹוק (benè-Tsadòq), “figli di Sadoc” (IQ S 8,4-10;9,5-11; CDC 3,12-4,11). Non fa meraviglia che anche tra i sacerdoti di Gerusalemme – con cui gli esseni erano in contatto – vi fossero, specialmente tra i migliori, persone che simpatizzavano per questo movimento di restaurazione sacerdotale. Tra questi avrebbero potuto esserci anche i genitori del battezzatore, che erano entrambi di discendenza sacerdotale e per di più molto zelanti nella Legge (Lc 1:5). Non è in contrasto con questo il fatto che a Qumràn gli esseni, almeno in un certo periodo, non si sposavano. Oltre a quelli di Qumràn esistevano molti altri esseni che vivevano dispersi nelle città, e questi si sposavano (non per piacere sessuale, ma solo per procreare). Comunque, anche se Zaccaria ed Elisabetta fossero stati simpatizzanti, di certo non erano veri esseni, stando a quanto dichiara Giuseppe Flavio, e cioè che se dopo tre mesi di tentativi la moglie di un esseno risultava sterile, questa era rimandata a casa sua. Zaccaria, di fatto, non ripudiò mai la moglie Elisabetta nonostante la sua sterilità.

2. Vita e costumi del battezzatore. La vita del battezzatore come ci è presentata dai Vangeli si accorda bene con la vita degli esseni. La sua attività si svolse nella zona desertica di Giuda, proprio dove c’era la costruzione di Qumràn: “Or il bambino cresceva e si fortificava nello spirito; e stette nei deserti” (Lc 1:80); “Giovanni il battista, che predicava nel deserto della Giudea” (Mt 3:1); “La parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (Lc 3:2). Il fatto che il battezzatore vivesse nel deserto sin da ragazzo sarebbe spiegabile con il fatto che gli esseni disdegnavano il matrimonio. La vita sobria e da celibe del battezzatore è in armonia con i costumi degli esseni. La profezia angelica comunicata a Zaccaria diceva riguardo a Giovanni “Non berrà né vino né bevande alcoliche, e sarà pieno di Spirito Santo” (Lc 1:15). Gli abitanti di Qumràn si astenevano dal vino, che sostituivano con il tiròsh o “succo d’uva”, bevanda molto dolce e poco fermentata che era permessa anche ai nazirei. Giovanni “si cibava di cavallette e di miele selvatico” (Mt 3:4). Le cavallette (arrostite e private di testa, ali e zampe) sono un cibo usato ancor oggi dai beduini. Il Documento esseno di Damasco dà le norme per cucinare le cavallette: “A qualunque specie appartengano, si mettano sul fuoco o nell’acqua mentre sono ancora vive, perché tale è l’ordine conforme alla loro natura” (12,14). Lv 11:22 lo ammetteva: “Potrete mangiare: ogni specie di cavallette”. “Giovanni aveva un vestito di pelo di cammello e una cintura di cuoio intorno ai fianchi” (Mt 3:4). Vestiva quindi secondo l’uso di Elia che “era un uomo vestito di pelo, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi” (2Re 1:8). Era anche il modo di vestirsi di altri profeti (Zc 13:4). Questo modo di vestire però contrasta con “la veste bianca di lino” (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica 2,8,7 n. 137) indossata dagli esseni. Per quanto riguarda lo spirito santo, anche ricordato da Lc 1:15, questo è spesso messo in rilievo negli Inni di Qumràn. Giuseppe Flavio ricorda la funzione profetica di molti esseni: “Vi sono tra loro alcuni molto capaci di predire l’avvenire, esercitati come sono nello studio degli scritti sacri e delle sentenze profetiche. È raro che capiti loro di ingannarsi in tali predizioni” (Guerra Giudaica 2,8,12 n. 159). Gli esseni si attendevano aiuto e forza dallo spirito santo: “Io ti ringrazio, Adonày, perché tu mi hai sorretto con la tua forza, e il tuo santo spirito lo hai sparso su di me affinché io non abbia a vacillare” (Inno 7,6); “Tu mi hai sorretto per mezzo della verità sicura e nel tuo santo spirito tu ponevi le mie delizie” (Inno 9,32). Si noti qui che i qumranici non ritenevano lo spirito santo una grazia riservata al futuro tempo messianico, ma un dono divino che già si possedeva. Per i discepoli di Yeshùa, invece, lo spirito santo era riservato al tempo messianico: “Questo è quanto fu annunziato per mezzo del profeta Gioele: ’Avverrà negli ultimi giorni’, dice Dio, ‘che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno’” (At 2:16-18; cfr. Gle 2:28). Va anche ricordato l’agire irresoluto e contrastante di Erode Antipa nei riguardi di Giovanni. Anche se lo fece uccidere perché spinto dalla moglie Erodiade (Mr 6:10-20,26), per conto suo lo riteneva un profeta e lo interrogò perfino quando era rinchiuso in carcere. Dopo la sua morte temeva addirittura che fosse tornato in vita nella persona di Yeshùa (Mt 14:2). Questo si accorderebbe bene con i favori che la famiglia di Erode aveva sempre accordato agli esseni per le loro profezie favorevoli alla dinastia erodiana. L’esseno Menschem predisse ad Erode fanciullo la dignità regale (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 15,10,5 numeri 373-379). Anche Simone, un altro esseno, spiegò un sogno ad Archelao. – Ibidem 2,7,3 numeri 112,113.

3. L’insegnamento del battezzatore. Va anzitutto ricordata la sua invettiva contro i sadducei di Gerusalemme, che anche presso gli esseni di Qumràn erano ritenuti apostati e contrari alla Legge per le loro innovazioni. Lo stesso termine “razza di vipere” (usato da Giovanni contro sadducei e farisei – Mt 3:7) ricorda l’espressione nota a Qumràn, dove si parlava degli empi chiamandoli “uova di vipere”. – Regola della comunità 3,3-9.

Il battezzatore immergeva con “un battesimo [βάπτισμα, bàptisma, significa “immersione”] di ravvedimento” (Mr 1:4) che era fondamentale anche a Qumràn. Di questo battesimo giovanneo parla anche lo storico giudeo Giuseppe Flavio: “Quest’uomo buono insegnò ai giudei a praticare la giustizia gli uni verso gli altri e la pietà nei riguardi di Dio, e poi di farsi battezzare. Perché il bagno sarebbe stato gradito a Dio non come richiesta di perdono per certi peccati ma come purificazione del corpo, in quanto l’anima era già purificata dalla giustizia” (Antichità Giudaiche 18,5,2 n. 117). I termini “pietà” e “giustizia” sono greci, ma Giuseppe Flavio li usa anche per descrivere il giuramento degli esseni. La Regola della comunità insiste, infatti, sulla necessità del ravvedimento interiore quando ci s’immerge nell’acqua, altrimenti il rito non giova a nulla: “Non entreranno nell’acqua per raggiungere la purezza delle persone sante, poiché non saranno purificati se non si distoglieranno dalla malvagità. Ognuno, infatti, è impuro ogni volta che trasgredisce la sua parola”. – 5,13.

4. Preparazione al messia. Gli esseni di Qumràn, applicando letteralmente a se stessi una citazione di Isaia, si erano ritirati nel deserto per meglio prepararsi alla venuta dell’era messianica. “Quando queste cose arriveranno per la comunità di Israele, in quel periodo essi si separeranno dalle abitazioni degli uomini perversi per andare nel deserto con l’intento di preparare una via per lui, come sta scritto: ‘Nel deserto aprite una via, appianate nella steppa un sentiero per il nostro Dio’” (Regola della comunità 8,12-14). Is 40:3 (“Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio!”) si riferiva però direttamente al ritorno degli ebrei dalla schiavitù in Babilonia. Il versetto precedente (v. 2) dice, infatti: “Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”. Ma il ritorno fu visto come una figura della liberazione o della salvezza messianica. Nel messaggio isaiano originale ci si riferiva all’appianamento dei monti e alla rettificazione della strada terrestre per facilitare il passaggio divino quando Dio sarebbe passato vittorioso alla testa del suo popolo liberato dall’esilio. Nell’applicazione assume invece un significato interiore: preparare il proprio cuore alla venuta del consacrato (messia). Ciò include l’umile riconoscimento dei propri sbagli nell’attesa della purificazione divina: “Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili” (Gc 4:6). Per i devoti ebrei il deserto era ritenuto l’ideale per una vita spirituale più profonda perché richiamava il periodo in cui Dio si era fidanzato nel deserto sinaitico con il suo popolo dopo averlo liberato dalla schiavitù egizia: “Così dice il Signore: Io mi ricordo dell’affetto che avevi per me quand’eri giovane, del tuo amore da fidanzata, quando mi seguivi nel deserto” (Ger 2:2). Il deserto divenne così il simbolo di un periodo privilegiato della storia ebraica. In esso gli ebrei avevano ricevuto la Legge, l’alleanza con Dio e avevano sperimentato la provvidenza miracolosa di Dio che aveva donato loro la manna (Es 16; Nm 11:4-9), l’acqua dalla roccia (Es 17:1-7), il serpente di bronzo contro il morso velenoso delle serpi (Nm 21:9). È per questo che il deserto (steppa) attraeva in modo particolare Osea che riporta le parole di Dio alla sia nazione:

“Ecco, io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Di là le darò le sue vigne e la valle d’Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto”. – Os 2:14,15.

Conseguentemente, al tempo dei maccabei, vedendo corrompersi la Legge, i khasidìm* (= “devoti”), “che ricercavano la giustizia e il diritto scesero per dimorare nel deserto” (2Maccabei 2:29). In tal modo fuggirono dai malvagi che vivevano a Gerusalemme: “Se ne fuggirono gli amanti della compagnia dei santi, come passeri furono scacciati dai loro nidi, vagarono in luoghi deserti per tenersi lontano dal male”. – Salmo di Salomone** 17:19.

* I khasidìm erano un partito giudaico formato da persone devote, sotto Antioco Epifanie (1Maccabei 2:47;7:13; 2Maccabei 14:6), 175-163 a. E. V.. Inizialmente combatterono a fianco dei Maccabei, poi se ne staccarono per la politica mondana di quest’ultimi.

** Si tratta di una raccolta del 1° secolo a. E. V. di 18 salmi composti in ebraico e conservati in greco (Rhalf 2,471-489). Le loro espressioni sono molto affini agli Inni di Qumràn. Il loro ideale era molto diverso da quello dei recabiti, che da zelanti yahvisti (2Re 10:25, sgg.) si recavano nel deserto per rivivervi l’antica civiltà nomade: “Non costruirete case, non seminerete nessuna semenza, non pianterete vigne, e non ne possederete nessuna, ma abiterete in tende tutti i giorni della vostra vita, affinché viviate lungamente nel paese dove state come forestieri”. – Ger 35:7.

Yeshùa, prima di iniziare la sua missione, si ritirò nel deserto (Mt 14:13; Mr 1:35;6:31, sgg.; Lc 5:16). Anche Giovanni il battezzatore visse nel deserto durante la sua predicazione, servendosi del medesimo passo isaiano anche utilizzato dagli esseni di Qumràn e che anche i Vangeli riproducono, anche se spesso la sua traduzione è inesatta. Di solito si traduce con:

“Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri”. – Mt 3:3.

Il testo dei Vangeli segue, infatti, la versione greca che ha il punto dopo “deserto”. Con punto s’intende il punto in alto, che in greco esprime il nostro due punti: ἐν τῇ ἐρήμῳ· (en te erèmo·), “Nel deserto:”. Così anche TNM: “Qualcuno grida nel deserto:”. Tuttavia, dal momento che la punteggiatura non era segnata nei codici antichi, quel segno di punteggiatura può essere spostato dal traduttore. Se si mette il punto prima di “deserto”, si ha l’accordo perfetto tra Vangelo, testo ebraico di Is e rotoli di Qumràn:

“Voce di uno che grida:

nel deserto preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!”. – Mt 3:3

Infatti, anche se Giovanni non obbligava i suoi seguaci ad abbandonare la vita comune (Lc 3:10-14) per vivere nel deserto come facevano gli esseni a Qumràn, egli li obbligava però a recarsi “nel deserto” per esservi battezzati e per decidere l’inizio di una vita di ravvedimento nell’attesa del messia. Mt 3:1, dove si afferma che “comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea”, non ha nulla a che fare con la successiva citazione (“Nel deserto preparate la via del Signore”, v. 3), perché non solo lui ma anche gli altri dovevano recarsi “nel deserto”, dove egli si trovava, per ravvedersi, farsi battezzare e prepararsi alla venuta del messia.

5. Escatologia distruttrice. Per suscitare il ravvedimento, il battezzatore gridava: “Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco” (Mt 3:10,11). Questo passo conferma l’attesa del messia o consacrato che, secondo il pensiero qumranico, doveva essere un giustiziere destinato ad annientare ogni malvagio con il fuoco distruttore: “Come un fuoco che s’insinua in tutte le fessure, che distrugge ogni albero verde o secco e sferza con i suoi turbini di fiamma sino alla scomparsa tutto ciò che tocca, egli [il messia] divora” (Inno 3,29-31). Pietro, un discepolo del battezzatore, si esprime similmente: “Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta. […] la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno!”. – 2Pt 3:10-12.

Si può allora capire come mai il battezzatore, vedendo Yeshùa agire in maniera pacifica senza prendersela con i romani e i loro alleati (come Erode Antipa), abbia avuto dei dubbi sulla sua vera identità: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11:3). Anche a Nazaret gli uditori di Yeshùa si urtarono (“gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui”) quando lui, leggendo Is 61:2, si arrestò alle parole “l’anno accettevole del Signore” (Lc 4:19,20) anziché continuare la lettura delle altre parole che preannunciavano “il giorno di vendetta del nostro Dio; per consolare tutti quelli che sono afflitti; per mettere, per dare agli afflitti di Sion un diadema invece di cenere, olio di gioia invece di dolore, il mantello di lode invece di uno spirito abbattuto” (Is 61:2,3). Il battezzatore, molto legato al concetto punitore delle Scritture Ebraiche, pure presente a Qumràn, non poteva comprendere appieno il messaggio salvifico di Yeshùa. Anche quei discepoli del battezzatore che poi divennero apostoli di Yeshùa sono quelli che più degli altri usano nei loro scritti espressioni affini a quelle di Qumràn. Ciò confermerebbe l’impressione che il battezzatore avesse qualche legame con il movimento qumranico.

Questi i punti di convergenza. Ma ce ne sono di contrasto? Sì, ce ne sono. E non vanno trascurati. Vediamoli.


1. Spirito missionario. Gli esseni di Qumràn costituivano un circolo chiuso. Essi attendevano che arrivassero da loro persone desiderose di vita nuova, stanchi com’erano della situazione mondana in cui anche Israele era decaduta. Non avevano però lo slancio missionario per convertire i peccatori. Essi erano i separati, i “figli della luce”; gli altri, i figli delle tenebre, i figli di Belial. Giovanni invece si rivolse alle folle per indurle a prepararsi alla venuta del consacrato di Dio.

2. Gli esseni erano organizzati in una comunità rigidamente gerarchica mentre il battezzatore, pur avendo discepoli, di fatto non diede loro un’organizzazione. Anzi, in generale, insegnava a quelli che si facevano battezzare di vivere la loro vita di prima ma con uno spirito nuovo. – Lc 3:10-18.

3. Mentre gli esseni ripetevano i loro battesimi (immersioni) secondo le prescrizioni rituali della Legge, Giovanni annunciò un battesimo unico.

4. Gli esseni si preparavano alla venuta di un messia futuro, il battezzatore predicava la preparazione al messia che, già presente, stava per manifestarsi al mondo.

È quindi evidente che quando il battezzatore si diede alla predicazione non era affiliato alla comunità di Qumràn. Non si sa se prima lo fosse o se avesse simpatie per il movimento. Di certo, iniziando la sua predicazione, il battezzatore agì in maniera perfettamente indipendente, guidato da uno speciale impulso profetico che Dio gli diede per meglio preparare la via a Yeshùa.

Come spiegare allora tutti i punti di convergenza tra lui e gli esseni? Un substrato di idee, soggiacente sia al movimento del battezzatore che a quello qumranico, spiega bene l’indipendenza l’uno dall’altro. Lo stesso desiderio di giustizia e di ubbidienza a Dio fu un’espressione generale che produsse diverse sette nell’ambito dl giudaismo ai tempi di Yeshùa. La differenza del battezzatore rispetto agli altri fu che egli fu guidato dallo spirito santo di Dio. Gli altri vedevano in modo nebuloso e frammisto ad errori. La loro spinta era certo lodevole nelle intenzioni ma era, appunto, solo la loro spinta.

Dio favorì alcune persone con la conoscenza che Yeshùa era il Messia atteso. Fu il caso della profetessa Anna che viveva nel Tempio. E fu il caso di Giovanni il battezzatore.

Chi sinceramente cerca i doni di Dio finisce con il trovarli. Chi non apre gli occhi alle realtà superterrene non le scopre.

La predicazione di Giovanni il battezzatore nei Vangeli

I racconti biblici, pur parlando del battezzatore, non intendono presentarlo direttamente per se stesso, ma solo in funzione di Yeshùa. I racconti evangelici tendono come meta alla rivelazione di Yeshùa quale figlio amato da Dio. Ora, dato che tale rivelazione avvenne dopo il suo battesimo, si parla del battesimo di Yeshùa ad opera del battezzatore. Ecco quindi la necessità di parlare del precursore. Da questo fatto deriva l’importanza che fu sempre attribuita al battesimo di Giovanni nella predicazione dei discepoli di Yeshùa: “Il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni”; “Quello che è avvenuto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni”. – At 1:21,22;10:37.

Secondo le caratteristiche proprie a ciascun evangelista, ciascun sinottico fa il suo racconto al riguardo. Marco si attiene ai fatti senza riferire i discorsi. Matteo e Luca presentano di più i discorsi del battezzatore (essi si riferiscono alla fonte Q, quella dei lòghia o discorsi). Inoltre, i singoli evangelisti presentano il tutto secondo il loro proprio angolo visuale, il proprio modo di essere e i bisogni della congregazione al loro tempo. Giovanni apostolo non descrive l’attività del battezzatore, ma ne parla solo di riflesso riferendo ciò che egli disse ai primi discepoli di Yeshùa.

Il metodo che analizza le redazioni tenta appunto di ricercare i motivi delle scelte individuali dei singoli evangelisti, anziché tendere ad armonizzare forzatamente i diversi racconti.

1 commento:

  1. All’ombra di fico (2010)

    È un peccato che non sia mai piovuto rosso sangue per fermare guerre, ma il Cielo così ha voluto. Se ciò piovesse davvero, gli indù ne riterrebbero il fenomeno un segno infausto. Ciò che noi sappiamo, poi, dall’induismo non è tutta rivelata verità, in quanto già il poema Mahabharata di cui il Canto del beato fa parte, fu scritto e riscritto durante più secoli, quindi anche censurato nelle sconvenienti simbologie. A me, sinceramente, non sta simpatico quell’angelo blu che prima le stregò e poi li sedusse, seppur sia un fortunato avatara di un tiro alla fune; il dio Brahma non mi pare proprio l’equivalente di Yahwèh, benché un sincretismo dei nostri giorni li voglia entrambi incielati dentro una stessa nube. Nel Talmud un tale simile a Gesù è detto di sicuro non figlio di Giuseppe, bensì di Panthera. Nella Sacra Bibbia i maccabei parlano di resurrezione molto prima di un Gesù crocifisso e qui sta il punto: se essi intendessero quella resurrezione della carne come una sorta di reincarnazione a cui Platone fa riferimento nella filosofia. Nei vangeli canonici anche Gesù, che sapeva bene chi fossero gli esseni, lui stesso nazireo, dal seguito veniva paragonato ad altro profeta del passato. Anzi, per la precisione si diceva ch’egli fosse lo stesso di uno ieri trapassato e remoto! Yogananda, guru indiano, lo scrisse in libro autobiografico, affermando che quel Gesù era la reincarnazione stessa dell’ultimo discepolo di Elia, profeta che fu seguito con pertinacia. Oggidì i buddisti che Assisi, città tutta rifatta nel lifting per via d’una eco, qui richiama tra pellegrini, affermano, come tanti manichei di un’eresia, che Gesù non morì sulla croce ma andò ammaestrando fino in India. Portando con sé un Santo Graal nella tribù asiatica che si diceva di essere stata cristianizzata da un suo apostolo? In tutto questo giochino di tira e molla escatologici, di un Dividi et impera di monaci politicanti, figuriamoci, allora, il ruolo della New Age, che ci paragona tutti a un’aquila anziché a un pollo fritto!


    F.200.0wen.exu.focor.um.i

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