mercoledì 27 maggio 2015

Delomelanicon: Le nove porte – Il Sogno di Polifilo




Scoperto il vero Delomelanicon, Il Libro delle Nove Porte

De Tenebrarum Regis Novem Portis
De Umbrarum Regni Novem Portis

Incominciai ad interessarmi al Delomelanicon in quanto venni in contatto con un gruppo elitario dedito alla magia alchemica… i Monaci Neri. Essi mi rivelarono che il Delomelanicon era un testo realmente esistente e non un pseudobiblium, cioè un’opera mai scritta, ma citata come vera in libri di narrativa realmente esistenti.
Mi ci sono voluti dieci anni per scoprire l’Ordine Esoterico che possiede il ve­ro Delomelanicon, un testo scritto piú di quattromila anni fa.

Questo è ciò che ho scoperto sul Delomelanicon.

Il Delomelanicon è il piú classico dei Libri Neri, che la tradizione attribuisce alla mano di Lucifero in persona.


Il Delomelanicon è un testo che nella stesura in egiziano, al tempo della IX Dinastia, piú di 4.000 anni fa, si intitolava “Le Nove Porte”. Qualche secolo dopo venne fatta la versione greca con il titolo Delomelanicon che può essere tradotto in due modi: “La Rivelazione delle Tenebre” e “L’Evocazione delle Ombre”. Infine, circa 2.200 anni fa, fece seguito la versione latina con i titoli: De Tenebrarum Regis Novem Portis (“Le Nove Porte del Re delle Tenebre”) e De Umbrarum Regni No­vem Portis (“Le Nove Porte del Regno delle Ombre”). Quest’ultima versione, per quanto concerne il testo intitolato De Tenebrarum Regis Novem Portis, è un’evidente manipolazione – rispetto la versione greca – ad opera di quei circoli gnostici e­braici aperti al pensiero egiziano e greco-romano.

La stesura del libro in egiziano e la sua versione in greco andarono perdute, ma la versione in latino giunse, nel 1188, nelle mani dei Templari. In seguito, nel 1266, il libro venne consegnato a Ruggero Bacone che ebbe il compito di cambiare le nove illustrazioni del De Tenebrarum Regis Novem Portis per meglio adattarle al­la sua epoca. Successivamente, nel 1592, il libro giunse nelle mani di Giordano Bru­no. Il Nolano aggiunse ai due testi i frontespizi e i commenti alle loro immagini. Sui due frontespizi mise la scritta Sic Luceat Lux (Cosí splenda la Luce) e Cum superio­rum privilegio veniaque (Con privilegio e licenza dei Superiori). Infine, alcune in­formazioni sul Delomelanicon – tra cui le nove illustrazioni del De Tenebrarum Re­gis Novem Portis – giunsero allo scrittore Arturo Pérez-Reverte che ne trasse un romanzo (Il club Dumas, 1993) e da esso il regista Roman Polanski ne trasse un film (La Nona Porta, 1999).

Mi venne mostrata la versione latina del Delomelanicon con le esatte illustra­zioni del De Tenebrarum Regis Novem Portis. Alcune di queste illustrazioni differi­scono, in alcuni particolari, da quelle che si trovano nel libro di Arturo Pérez-Re­verte e da quelle che appaiono nel film di Roman Polanski.
Le Tavole

Tavola 1


Nella prima tavola mostrata nel libro troviamo la scritta: “NEM. PERV.T QUI N.N LEG. CERT.RIT”, cioè NEMO PERVENIT QUI NON LEGEM CER­TAVERIT (Nessuno vi giunge se non ha combattuto secondo la Legge), ma nella tavola mostrata nel film troviamo la scritta: “SI.VM E.T AV.VM”, cioè SILEN­TIUM EST AUREUM (Il Silenzio è d’oro). Nella tavola originale troviamo entram­be le scritte.

Tavola 2

Nella seconda tavola troviamo la scritta: “CLAVS. PAT.T”, cioè CLAUSAE PATENT TETH (Aprono ciò che è chiuso Teth).
Come nel film, questa tavola e’ doppia, nell’altro libro, le chiavi sono tenute nella mano sinistra per indicare “la via della mano sinistra”.
Tavola 3

ARCAN.”, cioè VERBUM DIMISSUM CUSTODIAT ARCANUM (La Parola Perduta custodisce il Segreto).
Tavola 4


Nella quarta tavola troviamo la scritta: “FOR. N.N OMN. A.QUE”, cioè FORTUNA NON OMNIBUS AEQUE (Il Destino non è uguale per tutti).
Tavola 5

Nella quinta tavola troviamo la scritta: “FR.ST.A”, cioè FRUSTRA (Invano).
Tavola 6

Nella sesta tavola troviamo la scritta: “DIT.SCO M.R.”, cioè DITESCO MORI (La Morte mi arricchisce).

Tavola 7

Nella settima tavola troviamo la scritta: “DIS.S P.TI.R. M.”, cioè DISCIPU­LUS POTIOR MAGISTRO (L’allievo supera il maestro), ma le caselle della scac­chiera nella tavola mostrata nel libro sono tutte di colore nero, mentre quelle della tavola mostrate nel film sono tutte di colore bianco. Nella tavola originale troviamo le caselle nere e bianche.
Tavola 8

Nell’ottava tavola troviamo la scritta: “VIC. I.T VIR”, cioè VICTA IACET VIRTUS (La virtù giace vinta), ma il volto del cavaliere nella tavola mostrata nel film è diverso dal volto che si trova nella tavola mostrata nel libro. Inoltre il cava­liere, nella tavola mostrata nel film, impugna una mazza, mentre nella tavola mo­strata nel libro impugna una spada. Infine, il giovane inginocchiato, nella tavola mostrata nel film, appare come una fanciulla inginocchiata nella tavola mostrata nel libro. Nella tavola originale troviamo il Cavaliere con la spada e la giovane ingi­nocchiata.
Tavola 9


Nella nona tavola troviamo la scritta: “N.NC SC.O TEN.BR LVX”, cioè NUNC SCIO TENEBRIS LUX (Ora so che dalle Tenebre viene la Luce).
La tavola mostrata nel libro raffigura la Meretrice di Babilonia che cavalca la Bestia Selvaggia dalle Sette Teste. Ella tiene la mano destra appoggiata sul dor­so del Drago e la mano sinistra sostiene un libro aperto, e sul suo grembo è posata una mezzaluna. Inoltre sullo sfondo vi è un castello in fiamme.
La tavola mostrata nel film differisce da quella mostrata nel libro nei seguenti tratti: il volto e i capelli della Meretrice di Babilonia sono diversi, la mano destra è alzata ad angolo con il dito medio ad indicare qualche cosa, e sul suo grembo non appare la mezzaluna. Inoltre il Castello è di stile diverso e non è in fiamme, e su di esso risplende una Stella ad Otto Punte.
La tavola originale è simile a quella del film con alcune differenze: il Drago ha Otto Teste e sul Castello non appare la Stella ad Otto Punte.
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Mi venne rivelato che la versione latina del Delomelanicon, per quanto con­cerne il testo intitolato De Tenebrarum Regis Novem Portis, era un’evidente manipo­lazione – rispetto la versione greca – ad opera di quei circoli gnostici ebraici aper­ti al pensiero egiziano e greco-romano. Tale manipolazione è di carattere cabalisti­co, poiché la sacra Cabbala iniziava ad originarsi. Di conseguenza il testo originale venne sovrastrutturato di tutte quelle conoscenze cabalistiche che iniziavano a sor­gere. In definitiva si può sostenere che il De Tenebrarum Regis Novem Portis è un testo che traccia la Via all’Uomo, a Colui che ha conquistato la Corona (Kether), il Cristo-Luce (Lucifero). Infatti, il viaggio iniziatico che viene proposto nel testo è di­scensionale, cioè procede dall’alto (Kether) verso il basso (Malkuth), dalla Prima all’Ottava Porta… per trovare la sua apoteosi nell’apertura della Nona Porta, tra­mite la diciassettesima Chiave. Pertanto si può sostenere che la versione latina del testo contiene un testo dentro il testo.
Qual è dunque il testo originale?
Solo Colui che possiede la Conoscenza può saperlo! A tutti gli altri non rima­ne che cercare…
Per quanto concerne il testo intitolato De Umbrarum Regni Novem Portis non c’è molto da dire, si può soltanto affermare che riproduce fedelmente la versione greca. Esso tratta delle Nove Porte del di-sotto, in cui troviamo Nove Dimensioni sottili abitate da entità sottili.
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Per una possibile controlettura dell’iniziazione a Venere del Sogno di Polifilo
“Tolto l’ultimo involucro la giovane donna apparve nella casta nudità delle sue belle forme…la sua posa era quella della Venere dei Medici”
(Roman de la momie di Teophile Gautier, il brano si riferisce al momento della scopertura di un sarcofago egizio)

Cosa c’entra il “Sogno di Polifilo”, con il castello di Puivert posto su un‘altura in pieno territorio occitano? Apparentemente nulla. Il luogo fu celebre fortezza catara sede verosimile di una “corte d’amore” prima del suo danneggiamento verificatosi durante la sanguinosissima crociata contro i Catari. Il libro veneziano è posteriore a queste vicende e non ha apparentemente alcun legame con la fortificazione e in genere con le vicende dell’Occitania catara. Tutto questo fino all’edizione del libro “Il club Dumas” o “L’ombra di Richelieu” dello scrittore spagnolo Arturo Perez Reverte da cui Roman Polansky trasse il suo film “La nona porta”, che suggerisce la possibile esistenza di un fil rouge che unisce, attraverso un sottile intreccio di risonanze, il luogo cataro con il libro veneziano.
La storia narrata nella pellicola si dispiega essenzialmente nelle vicende di un antiquario librario o, per meglio dire, di un cacciatore di libri per collezionisti, Dean Corso che diviene lo strumento prima incosciente, poi sempre più consapevole di una lotta magica tra opposte fazioni. L’l’Hypnerotomachia Poliphili (il sogno di Polifilo) viene menzionato una sola volta all’inizio della vicenda. Ciò accade durante un colloquio peritale per la valutazione della biblioteca di un cliente. Da qui in poi del testo non si parlerà più apertamente. Il centro della narrazione si focalizza su un altro libro, questo di fantasia (uno dei tanti psudobiblia della letteratura fantastica), dal titolo Le Nove porte del regno delle Ombre. Si tratta di un trattato di demonologia scritto dal veneziano Aristide Torchia e da questi illustrato, addirittura con la collaborazione dello stesso Lucifero. Di questo antico trattato sono sopravvissuti al rogo inquisitorio tre esemplari. Nel testo sono presenti nove illustrazioni di strategica importanza operativa. Di queste sei hanno come autore il Torchia e tre sono a firma di LCF ovvero Lucifero. In ognuna di esse compare il disegno di una porta da qui il titolo dell’opera.
Nel corso della vicenda filmica si scopre che praticamente i tre volumi costituiscono tre tomi di un solo libro, in quanto, pur essendo assolutamente identico il corpo del testo, le immagini di origine “diabolica” sono permutate tra di loro di volume in volume, in modo che quelle di Lucifero vanno a sostituire di tre in tre quelle del Torchia, fino a pareggiare il numero. Queste tavole riunite tra loro formano il vero compendio illustrativo ed esse differiscono da quelle del Torchia solo per deboli dettagli che invece risultano di essenziale importanza per l’oltrepassamento delle porte simboliche presenti in ciascuna di esse. Mai come in questo caso è congrua l’espressione che il “diavolo si nasconde nei dettagli”. Le tavole luciferine scandiscono quindi un processo di iniziazione attraverso nove passaggi che dovrebbe culminare con l’assunzione da parte dell’astuto adepto di poteri indicibili dal momento che è riuscito a risolvere ogni enigma propostogli, Tuttavia se il “Sogno di Polifilo” non è più nominato, la sua presenza aleggia invisibile se non altro per il perno venereo su cui entrambi gli scritti sono costituiti. Due degli interlocutori dell’antiquario (due bizzarri gemelli, gestori di una libreria a Sinta in Portogallo) insistono molto sulla qualità ineguagliabile delle incisioni e questo è sovrapponibile al giudizio degli estimatori dell’Hypnerotomachia posto che esso è considerato il più bel libro a stampa mai edito, come del resto identica è la sua provenienza veneziana e soprattutto affine è il tema iniziatico: affinché il grezzo Polifilo possa ricongiungersi con l’adorata Polia è necessario che compia un percorso purificatorio scandito dal passaggio di alcune porte. Al termine del suo itinerario una Venere benevola, nella sua qualità di suprema erotocrate, riconosciuta la conversione interiore del dolorante viator, lo favorirà nel suo tentativo di ricongiunzione all’amata. Il libro alla pubblicazione, avvenuta nel 1499, ebbe un grande successo e un’enorme influenza sulle arti e la cultura dell’epoca, basti pensare all’influsso che generò sull’architettura che accolse alcuni dei suggerimenti colti nelle audaci e minute illustrazioni presenti nel volume.
Si tratta di un interesse che persiste tuttora dato che le accuratissime descrizioni dei giardini e la pedissequa loro trasposizione grafica hanno ispirato la composizione e la topiaria del complesso della Scarzuola dell’architetto Buzzi. Anche nella vicina Francia il libro esercitò un‘influenza importante. Le illustrazioni ispirarono disegnatori e pittori, incaricati di mettere a punto i fasti decorativi delle entrate reali, come parimenti stimolò l’immaginazione plastica di Poussin e di Perrault e di una miriade di colti estimatori di cui ancora si dirà. L’Hypnerotomachia Poliphili è concepita secondo una struttura che ricalca quella della Divina Commedia, con l’ingresso del protagonista in una selva oscura, una breve e drammatica catabasi e una progressiva penetrazione in paesaggi e strutture sempre più ineffabili, oltre che per la presenza di Polia, sofianica ispiratrice del viaggio iniziatico. (1)
Esso tuttavia ne differisce radicalmente perché narra di un’iniziazione agli ambigui misteri di Venere, i cui contenuti verranno pienamente svelati al protagonista (ma non al lettore “comune”) appena prima del suo agognato congiungimento con Polia. Nella circostanza Polifilo si paragonerà al personaggio mitico di Ippolito Virbo (vir bis, nato due volte) confermando il carattere misteriosofico della sua istruzione. Non si dia però per scontata l’effettività dell’esistenza di un’iniziazione a Venere in epoca classica cui il Colonna avrebbe potuto appigliarsi per trovare il riferimento che legittimasse la vicenda da lui narrata, tutta costruita su erudite citazioni che si accumulano in migliaia di prelievi enuncianti la sua “incontenibile golosità onomastica”. Non esistono fonti che ne parlano, ma tale iniziazione potrebbe essere testimoniata da un dipinto proveniente dai sotterranei della Farnesina che, staccato, è oggi collocato presso il Museo di Palazzo Massimo a Roma che mostra Venere assisa sul trono. Un culto quindi affatto pubblico ma di impronta evidentemente esoterica.
Per quanto riguarda l’autore del “Sogno” si può ipotizzare che questi consapevole dei contenuti del suo scritto velò con un artifizio la sua identità che corrisponderebbe, secondo una corrente di studi quasi unanime, al turbolento e coltissimo frate domenicano Francesco Colonna, che si macchiò (almeno così pare) del delitto di aver “sverginato una putta” e per questo fu per sempre confinato a Treviso in condizione di esclaustrato. I collegi di frati all’epoca partorirono personalità particolarmente problematiche, basti pensare, oltre al citato Colonna, a un altro famosissimo domenicano, Giordano Bruno, che produsse un grande sconquasso dottrinale all’epoca sua, che a tutt’oggi in qualche modo perdura, e ancora al benedettino Teofilo Folengo. Tutti questi frati sono sottilmente uniti dal filo della loro incontenibile eterodossia. (2)
La dichiarazione di “seconda nascita” del testo del Colonna rende evidente che ci si trova di fronte al compimento di un percorso iniziatico, concepito in ambito rinascimentale nel quale però la dimensione cristiana è pressoché assente, tranne per qualche sincretica e sporadica contaminazione occasionale, nonostante che l’ambientazione della vicenda sia contemporanea all’autore (che ricordiamo è un frate!). I contenuti dello scritto, infatti, non mantengono quel delicato equilibrio che si era stabilito tra la dottrina cristiana e la filosofia del mondo classico, dopo che il climax medioevale rappresentato dalla Commedia, era stato irrorato dal potentissimo influsso platonico e neoplatonico introdotto dagli umanisti. Si tratta di un nuovo e diverso orientamento di pensiero che spazzerà il tomismo dall’orizzonte cristiano dell’epoca, in cui i nuovi contenuti “pagani” saranno assimilati dall’ortodossia. A proposito di ciò, scrive Marco Ariani, uno dei curatori dell’edizione di Adelphi: “L’irriducibilità del paganesimo polifilesco all’ortodossia cristiana di Dante è palese. Nondimeno l’Hipnerotomachia rimane l’unico libro, nella tradizione letteraria italiana, ad aver tentato, pur con modalità e presupposti culturali diversi, un’audace, immane, costruzione sapienziale paragonabile alla Commedia…” (H.P. pag. LXI). Verrebbe da dire che se è irriducibile è perciò stesso “eretico”. (3)
Questo testo, apparentemente così lontano da ogni tradizione occitana e trovadorica, invece fini per essere adottato addirittura come “Bibbia” da una società a sfondo ermetico di antica origine di cui facevano parte uomini di cultura, quali Narval, Poussin, Barres, Sand e molti altri ancora, un cenacolo denominato Societé Angelique. Il coltissimo Rabelais fu membro influente di questa consorteria dagli evidenti contenuti iniziatici ed egli fu, a propria volta, un cultore appassionato del testo di Colonna nel quale evidentemente vedeva degli elementi di similitudine con i proponimenti del consesso cui partecipava. Qui l’argomento inizia a complicarsi perché il nome di Rabelais si innesta sull’enigma infinito che ruota intorno alla mitologia di Rennes le Chateau. Rabelais dette, infatti, nome a un torrentello che scorre nei pressi di Rennes Les Bains denominandolo Trinque Bouteille immortalandolo poi nel suo Gargatua e Pantagruel. Né va dimenticata l’esistenza di un’altra società costituitasi a Tolosa denominata Amicizie Angeliche anch’essa contraddistinta dalla struttura fortemente gerarchizzata e segreta.
Davvero troppi angeli “sospetti” in così poco spazio!
Abbandoniamo per il momento questa consorteria francese e poniamo la nostra attenzione sull’apex della vicenda di Polifilo e Polia. Essi dopo un lungo percorso sbarcano all’isola di Citera per giungere al cospetto di Venere e qui accade che: “Con gesto repentino la piissima dea, deposta la conchiglia, incavando la palma della mano divina e serrando gli intervalli delle dita affusolate, raccolse dell’acqua salata e sacralmente ne versò su di noi aspergendoci…tramutandomi repentinamente con un‘aspersione di segno opposto (a quella di Diana nel mito di Atteone ndr) che mi rese gradito all’abbraccio delle sacre ninfe. Avevo appena compiuto quell’atto salutare che in me, asperso come impregnato di rugiada marina, quegli spiriti, che mi si erano accesi all’improvviso, si illimpidirono, divennero capaci di conoscenza …Sentendomi certamente rinnovato a una dignità superiore mi fu evidente… che ero stato ricondotto alla desiderata luce. Con grande tenerezza le ninfe preposte mi spogliarono della toga plebea e mi rivestirono di una candida più decorosa veste”. Il cambio di veste è paradigmatico del cangiamento di stato.
Il ricercatore Mariano Bizzarri ha manifestato delle notevoli riserve circa la correttezza, dal punto di vista tradizionale, dei contenuti dell’Hypnerotomachia sostenendo che la Venere-Iside di Polifilo conferisce con quest’aspersione un nuovo battesimo al suo adepto facendogli implicitamente abiurare quello cristiano. E’ solo dopo questo evento che Polifilo potrà baciare con carnale trasporto Polia, mentre anche le ninfe che lo accompagnano si abbandonano lietamente a gesti affettuosi, sentendo i due amanti quali parti di un medesimo “collegio”. Questa “iniziazione” è quindi sospetta apparendo ben lontana dall’estasi plotiniana culminante nella visione dell’Uno. Essa piuttosto sembra mostrare il vertice estremo di quanto gli “dei” e nella fattispecie Venere sia disposta a concedere a un mortale, in una cornice di suggerimenti eruditi in cui sembrano coniugarsi insieme Platone e il Lucrezio dell’Alma Venus (4)




Nella vicenda non v’è alcuna deificazione, né divinizzazione (tanto che Polifilo rimane tra le ninfe, mentre Venere si allontana per congiungersi ierogamicamente con Marte). Nel passaggio successivo l’autore scrive; “Poi la dea Madre…ci partecipò di cose che non è lecito diffondere perché non sono comunicabili al volgo. Durante il colloquio con grande mitezza, ci conferì gentilmente la sua grazia”. Qui sembra sancito il carattere di sottomissione alla dea che viene chiamata “Madre” e ben quindi ci sta la parificazione di Venere con Iside che propone il Bizzarri nel suo testo. (5)
L’iconografia di Iside lactans è difatti piuttosto frequente, mentre Venere è raffigurata come lactans solo nel testo del Colonna. L’immagine la mostra mentre nutre l’infante Eros seduta proprio sulla tomba di Adone, secondo una posa consueta nell’ambito egizio. Del resto Colonna non fa mistero della sua posizione nei confronti di Venere e del suo culto e la enuncia nel momento in cui la coppia, giunti ormai alle ultime pagine del testo, si accommiata dalla dea, e qui Polifilo, supplice, chiede:”… fortifica e rendi saldi la comunione e la sostanza del nostro amore, disponendoci per sempre a sottometterci e a servire come schiavi il sommo potere della divina Madre”. (H.P.: 475)Essere schiavi della “divina madre” è sicuramente agli antipodi dalle conclusioni della Commedia dantesca.


Di fronte a queste affermazioni non si può dar torto a Bizzarri quando stigmatizzando gli esiti di un simile percorso afferma:” “la realizzazione culmina non già con la conquista della dama, ma con la sottomissione alle energie lunari (Venere) che sanciscono non già il compimento di un percorso di tipo solare (come è necessario in ogni iniziazione maschile regolare), bensì piuttosto l’acquisizione di una specie di realizzazione magica sotto gli inquietanti auspici di Iside.” (M. Bizzarri: 106) (6)



Proprio per la natura di questa conclusione si può affermare che la circolazione così serrata del libro di Colonna nel Razés è sospetta e ciò anche per un motivo che sintetizzeremo appena più avanti. J. Baltruisaitis nel suo volume Alla ricerca di Iside aveva sottolineato la grande fortuna che conobbe soprattutto in Francia la dea egizia che però, decontestualizzata dall’ambiente religioso d’origine, fuse le sue caratteristiche con altre figure ctonie abrogando le sue caratteristiche solari, per assumere connotati lunari e finendo anch’essa per identificarsi come una delle numerose ipostasi della Grande Madre. Si tratta di una trasformazione già iniziata sul suolo italico in epoca romana dove, a un certo punto, lo svolgimento dei suoi culti fu interdetto dal Senato romano, configurandosi evidentemente dei verosimili profili di negromanzia.






Gustav Meyrink ha ben stigmatizzato le caratteristiche di questo potere contro iniziatico nel suo romanzo L’angelo alla finestra d’occidente, la cui sintesi parrebbe ben riassunta nelle parole che Evola pretermise all’edizione Bocca dell’epoca, nel punto in cui si faceva riferimento alla figura di “Isais la nera”. Da tale entità sarebbe derivava la fonte di un potere antivirile femmineo definito come “morte suggente che viene dalla donna”. Questa osservazione ben si attaglia a un passaggio del testo di J. Baltrusaitis ove questi parla di “… una statua del Campidoglio (in cui) è riconoscibile Iside, con la sua tunica conforme alle descrizioni di Apuleio. Il colore nero del marmo corrisponderebbe, se si applica al monumento un passo di Plutarco, alla fase calante della Luna simboleggiata dalla dea”.
La figura della Maddalena nel Razés, nella particolare lettura che ne fa il Bizzarri, sviata anch’essa dal contesto sia esso “ortodosso” o addirittura gnostico così com’è disegnata sia dai Vangeli, che nella Pistis Sofia, viene manipolata e assorbita in questo orizzonte ctonio e si configura quasi come la proiezione terrena di questa Iside oscura. Come si afferma che Maria è la forma umana di Sophia, così, in una cornice degli eventi omologa a quella sopradescritta, si può prospettare un parallelo rapporto tra “quella” Iside e Maddalena, le cui caratteristiche telluriche sono state particolarmente e costantemente amplificate nella zona del Razés. Da qui l’interesse di varie consorterie per queste figure tra cui la Société Angelique di cui G. Postel scrisse: “se anche non nega Dio…essa si sforza di scacciarlo dal suo cielo”.
La Société Angelique e le sue supposte finalità controiniziatiche ci permettono di tornare, senza interrompere la logica della nostra esposizione, alla Nona Porta proseguendone il rapido esame. Il racconto cinematografico nasce dall’incarico che un facoltoso professionista, Boris Balkan, commissiona al giovane esperto di libri antichi Dean Corso, tendente a stabilire l’autenticità di un esemplare di La Nona Porta in suo possesso operando un confronto con altre le due copie sopravvissute del medesimo testo. La ricerca dei due esemplari, per ragioni che qui non interessano, si farà sempre più pericolosa e Corso se la caverà, in un paio di situazioni difficili, grazie all’aiuto provvidenziale di una misteriosa fanciulla.

Questo insospettato angelo custode lo trarrà d’impaccio proprio nel momento in cui i si troverà a soccombere ai suoi agguerriti avversari. La vicenda, infatti, diviene di ora in ora più drammatica. Entrambi i possessori dei due volumi del Torchia morranno per mano ignota e il loro libro luciferino sarà bruciato dopo averne asportato le illustrazioni. I due sono accomunati non solo dal possesso del medesimo libro ma anche dal fatto di essere entrambi portatori di handicap motori. Il primo, Victor Fargas, è afflitto da un’evidente zoppia, mentre il secondo, una donna, la baronessa Kessler, è costretta su una sedia a rotelle e mantiene il solo uso della mano sinistra (palese suggerimento della sua dichiarata scelta di vita, l’adesione alla “via della mano sinistra”). Alla fine Balkan con atti di violenza entrerà in possesso di tutte le nove illustrazioni luciferine, queste sole efficaci e parallelamente dei “segreti” per schiuderne i sigilli. All’interno del castello di Puivert, sotto gli occhi di Corso si compie quindi l’oscuro rituale. Balkan, al colmo di un delirio di onnipotenza, sente di dominare gli elementi e per ultimo si rivolge al fuoco, forse perché la nona immagine mostra la fortezza in fiamme.
Non è così: proprio il fuoco implacabilmente lo brucerà. La nona porta non si è affatto aperta e il sigillo è rimasto serrato, il rito è fallito consumandone l’esecutore: l’ultimo velo non è stato strappato perché l’immagine in possesso di Balkan è stata astutamente contraffatta e dell’ultima porta v’è un ulteriore e corretto esemplare. Sarà la ragazza misteriosa, dopo una notte d’amore consumata avendo alle spalle il castello in fiamme e a cui Corso partecipa più sgomento che compiaciuto, come se attraverso l’amplesso gli provenissero conoscenze soprannaturali, a suggerirgli dove reperire la “vera” illustrazione.
L’angelo custode è quindi Lucifero stesso, una Venere-Lucifero che aveva rivelato in un paio di occasioni alcuni comportamenti inquietanti, tingendo di sangue il volto di Corso, rendendolo così “marziale”. Finalmente il giovane antiquario può contemplare l’immagine più segreta dello strabiliante progetto che mostra suo “angelo custode” rappresentata in completa nudità mentre cavalca spavaldamente il dragone apocalittico dalle sette teste (l’immagine di un dragone è presente anche nel libro di Colonna), mentre alle sue spalle il castello appare illuminato da una luce sorgente straordinaria. Questa immagine ha rilevanti similitudini con la carta dei Tarocchi denominata Le stelle che nell’ordine delle lame è la 17° del mazzo.
La carta è “retta” proprio dal pianeta Venere. Qui una stella di grandi proporzioni, a otto punte, circondata da altre più piccole sovraintende il lavoro di una fanciulla che, nuda, versa da due brocche liquido bollente e freddo rispettivamente nell’acqua e sul terreno. Per memoria ricordiamo che un’altra lama dei Tarocchi, denominata l’Appeso, aveva concretato un episodio della vicenda. Alludiamo qui all’uccisione di un libraio, che Corso, in amicizia, aveva incarico della custodia del libro per i pochi giorni necessari a esperire alcune sue indagini. L’amico, ucciso, viene trovato nella stessa posizione dell’Appeso dei Tarocchi con le gambe collocate a formare il quatre de cifte. Si tratta di una figura ermetica di grande importanza il cui significato non sarà qui esaminato perché inessenziale per le nostre finalità. Perché Puivert alla fine catalizza tutta questa vicenda concepita come un concerto di nascoste assonanze? Proponiamo una linea di lettura. Certamente il fatto che nella fortezza fosse costituita una corte perenne di menestrelli trovadorici (il luogo era denominato “Puivert dei trovadori”, come dimostrano gli strumenti musicali incisi in una sala al quarto piano del castello) declina a favore del fatto che il luogo fosse più o meno direttamente dedicato alle disputazioni amorose e quindi a “Venere”, comunque Ella la si immagini.

Questo può essere un indizio significativo per l’ambientazione della vicenda, tuttavia vi sono elementi più sottili su cui vorremmo porre all’attenzione. Il castello aveva all’origine otto torri e solo cinque di esse oggi sopravvivono intatte, le altre furono pesantemente danneggiate durante la crociata albigese. Questi numeri all’apparenza nulla hanno a che vedere con Venere in sé, quale astro del mattino e della sera, e quindi con Lucifero. Il numero “mitologico” di Venere (come dea) è notoriamente il sei, pertanto sembrerebbe incongruo cercare nel cinque e nell’otto un qualche collegamento a Venere. Tuttavia. Richiamiamo alla memoria la venerazione che Pitagora riversava sul pentalfa, emblema al quale si inchinava con reverenza, quale simbolo ultimo dell’aurea venerea “bellezza” celeste per scoprire un possibile collegamento. Ci sono voluti molti secoli per ricomprendere il segreto “geometrico-astronomico” che Pitagora celò e che unisce il pentalfa al moto del pianeta Venere. Tale ri-scoperta si deve a Manfred Knapp che, nel 1934, pubblicò il diagramma del movimento dell’astro nel cielo, denominandolo pentagramma Veneris.
Si tratta della visualizzazione prodigiosa di un movimento celeste che in otto anni forma un pentalfa e che rende leggibile anche la lama del tarocco in cui sono rappresentate diverse stelle tutte a otto punte, sempre ricordando che questa lama è sotto la tutela di Venere. Venere, infatti, nel suo percorso annuale tocca i punti limite della sua traiettoria, oltre i quali non può andare (periodo sinodico) e che variano lungo un arco di tempo di otto anni solari, In pratica poiché l’anno venusiano (584 giorni) è più lungo di quello terrestre, i punto estremi dell’orbita del pianeta, posizionandosi in cinque punti zodiacali diversi nell’arco dei cinque anni venusiani, corrispondono a otto anni solari, per poi ricominciare con un altro ciclo di otto anni e così via. In sintesi, il ciclo di 584 giorni si combina con i 365 giorni dell’anno solare per un rapporto perfetto di 5 a 8. Ci si domanda: può essere un caso che proprio questo castello, dalla numerologia così peculiare, sia stato scelto per la manifestazione di Venere-Lucifero? L’ultima immagine del film dovrebbe lasciare pochi dubbi. La pellicola mostra Corso che si dirige con le sue nove immagini all’ingresso della fortificazione avvolta dalla favorevole luce abbagliante di una stella sorgente per assumere infine i poteri destinatagli dall’angelo caduto. (7)
 
Note
Sorprende che un’opera di letteratura italiana di tale complessa fattura possa avere avuto un così gran seguito in Francia dal momento che nella sua stessa madrepatria il testo è stato giudicato di quasi impossibile lettura. Tiraboschi autore di una Storia della letteratura italiana [1824] aveva affermato a proposito di queste difficoltà inerenti la comprensione della lingua del frate “,,,felice non dirò già chi giunge a intenderla ma solo chi ci sa dire che lingua essa sia”. Per quanto riguarda i rapporti tra il “Sogno” e Francesco Rabelais vi sono molti contributi che dimostrano l’influenza del libro sugli scritti dell’autore francese. L’intervento più documentato su tale relazione sarebbe stato individuato in un studio di M. Leon Dorez L’arte italiana nell’opera di Francesco Rabelais una pubblicazione in lingua tedesca che, decorsi due secoli, è sicuramente irreperibile allo studioso italiano che citiamo solo per correttezza, non avendola di certo consultata (Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Litteraturen Brunswick, 1898 pp. 163 et sgg.). Tutto questo depone a favore dell’uso sicuramente operativo del testo del Colonna presso la “Nebbia” (altro nome della Società Angelica).
Maurizio Calvesi che molto ha indagato sui contenuti dell’Hypnerotomachia Poliphili, ha ritenuto di attribuire la paternità dell’opera al nobile romano Francesco Colonna che è praticamente contemporaneo del nostro intemperante frate. Egli ha ricostruito il culto cui Polifilo avrebbe inteso riferire la sua iniziazione immaginandolo rivolto a una tripla divinità ossia Venere-Iside-Fortuna. Quest’ultima entità è evidentemente ricompresa nel trittico per il noto e immane tempio di Palestrina che il Colonna romano conosceva molto bene. L’ispirazione dei paradisiaci giardini e del sogno polifilesco stesso, elementi cardine del testo del Colonna, sarebbe da ricondursi al dotto Enea Silvio Piccolomini (poi promosso al soglio pontificio) che scrisse qualcosa di assonante nel poemetto Somnium de Fortuna dedicato a Procopio di Rabenstain e composto nel 1444. La tesi di un Colonna laziale autore dell’l’Hypnerotomachia è stata comunque respinta con dovizia di argomentazioni da Mario Andriani e Mino Gabriele
Sugli eventuali contenuti cristiani presenti nell’opera sarebbe necessario operare un esame analitico assai complesso. Qui proponiamo un’osservazione dello storico dell’arte Stefano Colonna, ispirato nelle sue parole dalle annotazioni sulla materia di Maurizio Calvesi, che investe la struttura della concezione del romanzo stessa: “Molto spesso l’Hypnerotomachia Poliphili viene letta come un romanzo pagano e basta, ma in realtà i riferimenti alle pur presenti tematiche sensuali e “laiche” sono “posti per essere tolti” in una filosoficamente complessa “dialettica degli opposti”di matrice cristiana.” (BTA Bollettino telematico dell’Arte n.562, 14 maggio 2010).
A Polifilo al culmine della sua iniziazione sembra concessa una visione confrontabile con l’epopteia degli iniziati eleusini. Epoptes è infatti colui che, contemplando la natura, vede riflessa nelle sue immagini la luce divina e viene iniziato alla visione misterica delle forme perfette.
Secondo i relatori del monumentale commento dell’edizione adelphiana del “Sogno” l’esistenza storica di un myterium veneris è di ardua dimostrazione. Sarebbe stato il Colonna che, in base alla sua competenza antiquaria, avrebbe quasi ricostruito, partendo da un suggerimento ovidiano, una tale iniziazione che nel suo testo troverebbe un potente suggerimento nella descritta ierogamia tra Marte e Venere, evento che avrebbe poi consentito un’unione finalisticamente androginica tra Polia e Polifilo. Tale risultato sarebbe stato ottenuto attraverso il rito della “freccia d’oro” celebrato da Cupido in cui si mescola il sangue dei due amanti. Sommessamente rileviamo che non sia stato particolarmente evidenziata in questo loro commento relativo al silenzio delle fonti la possibilità che possa aver agito sul Colonna l’influenza della tradizionale orale trasmessagli da qualche cenacolo, tanto più che il precetto di segretezza iniziatica è da loro stessi esattamente richiamato. Non è superfluo ricordare che questa tipologia di tramandamento è un elemento ineliminabile di ogni tradizione autenticamente sapienziale e del resto solo una possibile praticabilità dei suggerimenti contenuti nel testo (ma mai riferiti perché “indicibili”) avrebbe reso potabile un simile astrusissimo romanzo presso una società come l’Angelique, che non era certo costituita da una cerchia di semplici eruditi e che al contempo, lo si rammenta, considerava tale opera come una sua “Bibbia” operativa.
Nella pellicola si vede che il paredro della signora Teillefer, vedova del primo possessore della copia della Nona porta passata poi a Balkan, si prepara a una sessione di magia sexualis adornandosi con il vistoso pentacolo “venusiano” emblema stesso del satanismo (luciferismo).
Venere è in qualche modo da considerarsi l’emblema della città di Firenze come si evince dalla lettura di un passaggio dell’articolo di Elisabetta Landi Venus Impudica dalla parte di Venere, in cui l’autrice scrive:” ..per comprendere lo scarto tra i persistere di un analisi al negativo e il principio positivo rappresentato in realtà da Afrodite, che nella Firenze dell’Umanesimo impersonò l’Humanitas e indirizzò le menti allo spirito…” (E. Landi e altri: 9). Nell’ottica puramente espositiva e non faziosa delle considerazioni di questo nostro articolo non si può tuttavia tacere come René Guénon, autore di assoluto prestigio nel campo degli studi tradizionali, abbia attribuito a Firenze un ruolo completamente opposto a quello disegnato dall’autrice del brano sopra riportato. In estrema sintesi si possono delineare i passaggi essenziali di questa lettura guénoniana della città e del suo destino nella storia. Firenze nasce “inaugurata” non conformemente alla dottrina lucumonica tradizionale e questo peccato cainita farebbe di essa già all’origine una “città luciferina”. Il dominio dei mercanti come “terza casta” e quindi dell’argento, assunse un ruolo prevaricatorio del principio aristocratico, che venne spogliato di ogni sua prerogativa (in senso sia materiale che spirituale). Si tratta di eventi già stigmatizzati dall’Alighieri ai tempi suoi e non per nulla egli si definì fiorentino di nascita e non di costumi. Citiamo l’Alighieri anche in relazione alla Commedia e alla relazione strutturale che essa avrebbe con il Sogno di Polifilo (da altri stabilita) che, in questa cornice, pare costituirne una sorta versione parodistica (e quindi luciferina) dell’opera del Sommo poeta. Anche l’attitudine della signoria fiorentina dei Medici a organizzare e con sospetta insistenza feste carnevalesche, permise di introdurre elementi antitradizionali veicolati attraverso la parodia satanica propria delle occasioni carnascialesche. Si opera così l’inversione della simbologia tradizionale con evocazione, ottenuta attraverso il mascheramento, di larve e spettri che corrisponderebbero alla dimensione inferiore degli stati molteplici dell’essere (inoculazione culturale decontestualizzata molto in voga ai tempi odierni con l’ormai celebrata Hallowen, evento sicuramente ispirato dall’attività di un grande suggeritore). Tutto questo sia pure in estrema sintesi costituirebbe la dimostrazione del carattere sovversivo latente (più o meno consciamente) nella mentalità dell’epoca. Per Guénon il Rinascimento, considerato in generale, costituirebbe un gradino della degradazione epocale, ovvero un’epoca in cui si sarebbe consumata la rottura con le dottrine proprie al mondo tradizionale (tali concetti sono rinvenibili in tutta l’opera dell’autore, comunque una completa esposizione si trova nel secondo capitolo del suo Autorità spirituale e potere temporale). Firenze in questo disegno avrebbe costituito il polo sovversivo principale di tale inversione, una sorte di “torre” luciferina (per una completa disamina di tale tematica si consulti René Guénon e le sette torri del diavolo di Jean-Marc Allemand. Si tratta di un titolo che stabilisce un’involontaria ma singolare relazione con le tematiche affrontate nel nostro scritto.



Indice delle fotografie
1) Una splendida rappresentazione di Lucifero colto in atteggiamento melanconico-faustiano in una statua collocata nella cattedrale di Saint Paul de Liege in Belgio
2) Il frontespizio del testo Le nove porte
3) La copertina della ristampa corretta del libro Hypnerotomachia Poliphili ovvero Pugna d’amore in sogno di Polifilo
4) Il Castello cataro di Puivert come si presenta ai nostri giorni
5) Venere assisa in trono nell’affresco staccato alla Farnesina e conservato nel Museo nazionale romano rara testimonianza di un possibile culto misterico presieduto dalla dea
6) Il mito dell’uccisione di Adone da parte di Marte è rappresentato in questo affresco di Giulio Romano a palazzo Te
7) Venere seduta sulla tomba di Adone e lactans mentre riceve l’omaggio della sua corte e viene baciata da Polifilo sul piede punto dalla spina di una rosa, come si racconta la versione del mito ripreso da Francesco Colonna.
8) 8b) La prima immagine si riferisce al Torchia, la seconda a “Lucifero”: si noti come in quella luciferina l’uomo tenga con la mano sinistra la chiave evidenziando come l’adepto stia percorrendo la via della mano sinistra,
9),9b L’appeso. Si riferisce a una scena della pellicola, dove Flavio La Ponte, socio e amico di Corso, viene ucciso e il suo corpo è composto in questa enigmatica postura che è identica a quella della relativa carta dei Tarocchi
10) l’immagine del castello di Puivert dato alle fiamme nella versione di Torchia, accanto al castello la “donna” che cavalca il dragone a sette teste in adesione a quanto descritto dall’ Apocalisse
11) Le Stelle. La 17° lama del Tarocchi rivela alcune similitudine con l’immagine che gli è affiancata tratta dal libro del Torchia e cela ulteriori similitudini dettate dai “numeri” del castello
12) Un momento topico nella vicenda di Polifilo la scelta della porta giusta da attraversare. Tanto essenziale è ritenuto questo passaggio nell’architettura narrativa della vicenda iniziatica che al complesso della Scarzuola ideato da Tomaso Buzzi è stata riprodotta in forma vegetale tale triplice possibilità ponendola all’ingresso del complesso.
13) La fortezza di Puivert suggestivamente illuminato da una luce innaturale
14) questa immagine (fotogramma ritagliato) illustra bene la relazione tra il castello cataro e la stella a otto punte che fa di Puivert quasi un centro di culto dedicato alla dea (Puivert de Trovatori).
15) La stella a otto punte che splende sul sesso di Venere nell’immagine denominata Venere e i suoi figli (dal libro astrologico De Sphaera)
17) Il Dragone, cui Polifilo sfugge varcando la “magna porta”
18) Il diagramma cosmologico detto pentagramma veneris di M. Knapp relativo al moto di Venere conosciuto anche per l’interpretazione data da G. De Santillana nel suo “Fato antico fato moderno”. Il disegno pentadico della stella scaturisce dal movimento celeste che si completa in otto anni terrestri.
19) l’espressione “morte suggente che viene dalla donna”, espressione del femminile “durgico” non potrebbe avere migliore rappresentazione che quella offerta da questa immagine tratta dalla pellicola.

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