venerdì 6 marzo 2015

GLI INSEGNAMENTI DI DON JUAN di CARLOS CASTANEDA



CARLOS CASTANEDA

Scrittore peruviano, nato a Cajamarca nel 1925; dal 1951 cittadino statunitense.

Conseguita la laurea in psicologia e il dottorato in antropologia, acquisisce notorietà con la pubblicazione del diario della sua iniziazione allo sciamanesimo degli Indiani del Messico, guidata dallo stregone Yaqui Juan Matus, The teachings of Don Juan: A Yaqui way of knowledge (1968; trad. it. A scuola dallo stregone, 1970).


Il resoconto e l'analisi strutturale delle visioni suscitate dalle piante psicotrope, attraverso le quali Don Juan insegnava l'esistenza di una realtà 'non ordinaria' e la necessità del distacco dalle emozioni per accedere a una superiore 'descrizione del mondo', sono stati accolti con ammirazione dagli studiosi, e la 'controcultura' giovanile ha osannato Castaneda come maestro di una nuova sapienza.


Uguale successo hanno avuto tre volumi successivi: A separate reality (1971; trad. it., 1972), che prosegue verso un gradino più alto di conoscenza: 'vedere' il legame tra l'uomo e il cosmo come un continuum di filamenti luminosi che si dipartono dal corpo come da un bozzolo e che consentono di superare le barriere spazio-temporali.

Journey to Ixtlan (1972; trad. it., 1973) propone la visione del mondo del 'potere' non più attraverso gli allucinogeni ma direttamente dall'esperienza dello spiritus loci nella solitudine della natura selvaggia.

Tales of power (1974; trad. it. L'isola del tonal, 1975) vede l'iniziazione di Castaneda al nagual, il potere allo stato puro, indescrivibile, da cui il tonal, principio personale, protettore, organizzatore della realtà, emerge come un'isola dall'oceano.

Col crescere della sua popolarità, Castaneda scompare dalla scena pubblica e gli antropologi cominciano a contestare la scientificità delle sue affermazioni sino ad accusarlo di frode.




In compenso, le opere di Castaneda sono viste come esemplari romanzi di iniziazione che attingono liberamente a dati etnologici di varie civiltà precolombiane impiegando immagini comuni alla gnosi orientale: il guerriero impeccabile e i suoi aiutanti, la visione del proprio doppio, l'arresto del dialogo interiore, lo spostamento del punto di attenzione, il controllo dei sogni, la follia controllata. Indimenticabili restano i personaggi di Don Juan e di Genaro, stregone mazateco, e un posto a parte occupano le figure femminili, Soledad e la Gorda, che in The second ring of power (1977; trad. it., 1978) dispiegano i poteri seduttivi e distruttivi che la loro magia attinge ai venti.


Nei romanzi successivi i maestri escono di scena per riapparire nella memoria di Carlos e dei suoi compagni, ormai iniziati. The eagle's gift (1981; trad. it., 1982) svela come dietro gli incontri di Castaneda con Don Juan fosse un gruppo di nagualisti che avevano bisogno di attingere alle sue qualità psichiche per giungere al mondo del potere nell'immagine di un'aquila immensa.


In The fire from within (1984; trad. it., 1985) Castaneda raggiunge l'illuminazione interiore visualizzando l'immagine di un viaggio verso il fuoco al centro della terra.

Con l'ultimo romanzo, The power of silence (1987; trad. it., 1988), Castaneda sembra aver esaurito la capacità visionaria, e il potere resta un mistero da raggiungere con la 'conoscenza silenziosa'.


Fonte Enciclopedia Treccani

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GLI ELEMENTI CHE PORTARONO CARLOS CASTANEDA A INIZIARE L'INDAGINE SUL MONDO SCIAMANICO


«Gli Insegnamenti di don Juan fu pubblicato per la prima volta nel 1968. In occasione del trentesimo anniversario di pubblicazione, desidero fornire qualche chiarimento sull'opera stessa e riassumere alcune conclusioni generali sul tema del libro, conclusioni alle quali sono giunto dopo anni di serio e costante lavoro. Il libro è il risultato di una ricerca antropologica svolta direttamente sul campo che ho condotto in Arizona e nello stato di Sonora, in Messico.

Mentre preparavo la tesi alla facoltà di antropologia dell'Università della California, a Los Angeles, mi imbattei in un vecchio sciamano, un indiano Yaqui originario dello stato messicano di Sonora.

Si chiamava Juan Matus. Discussi con diversi professori della Facoltà di Antropologia la possibilità di condurre una ricerca antropologica sul campo, servendomi del vecchio Sciamano come principale fonte. Tutti i professori che consultai cercarono di dissuadermi, convinti che prima di pensare a intraprendere una ricerca sul campo dovevo dedicarmi, in generale, al bagaglio richiesto di materie accademiche, e quindi alle formalità della tesi, come gli esami scritti e orali.

Quei professori avevano assolutamente ragione.

Non fu necessario alcuno sforzo di persuasione da parte loro perché io comprendessi la logica del loro consiglio.

Uno di loro, il professor Clement Meighan, tuttavia, incoraggiò apertamente il mio interesse per la ricerca sul campo. E' lui che devo ringraziare per avermi spinto a intraprendere la ricerca antropologica. Fu l'unico a incitarmi a sfruttare fino in fondo la possibilità che avevo davanti.

Il suo incoraggiamento derivava dalle sue esperienze personali condotte direttamente sul campo in qualità di archeologo.

Mi disse che il suo lavoro gli aveva fatto capire che il tempo è di vitale importanza, e che ne era rimasto poco prima che le enormi e complesse aree di conoscenza elaborate dalle culture in via di estinzione andassero perdute per sempre, a causa dell'impatto con la tecnologia moderna e con le sollecitazioni della filosofia.

Mi fornì come esempio il lavoro di alcuni affermati antropologi attivi tra la fine dell'800 e la prima parte del ventesimo secolo, i quali, in brevissimo tempo ma con il maggiore rigore metodologico possibile, raccolsero dati etnografici sulle culture degli indiani d'America delle pianure e della California.

La loro fretta era giustificabile, perché nel corso di una sola generazione le fonti su gran parte di quelle culture indigene scomparvero, soprattutto tra le culture indiane della California.


Mentre accadeva tutto ciò, ebbi la fortuna di seguire le lezioni del professor Harold Garfinkel della Facoltà di Sociologia dell'UCLA.

Egli mi fornì uno straordinario modello di metodologia etnologica, in base al quale le azioni pratiche della vita quotidiana sono un oggetto bona fide per la speculazione filosofica e ogni fenomeno analizzato deve essere esaminato per se stesso e in base a regole e concordanze proprie.

Se c'erano leggi o prescrizioni da estrapolare, esse avrebbero dovuto essere adeguate al fenomeno stesso.

Di conseguenza, le azioni pratiche degli Sciamani, viste come sistema coerente dotato di regole e configurazioni proprie, costituivano un oggetto valido per un'indagine seria.

Questa indagine non doveva essere soggetta a teorie costituite a priori o a confronti con i dati materiali ottenuti sotto gli auspici di un diverso assunto filosofico. Influenzato da questi due professori, mi immersi nel mio lavoro antropologico sul campo.

Le due forze che mi guidavano, derivate dal contatto con quei due uomini, erano la consapevolezza del poco tempo rimasto prima che i processi cognitivi delle culture americane indigene venissero cancellati nella confusione della tecnologia moderna, e la convinzione che il fenomeno da osservare, di qualunque cosa si fosse trattato, costituiva un oggetto d'indagine bona fide e meritava quindi tutta la mia attenzione e serietà.


Mi lasciai coinvolgere a tal punto dalle mie ricerche che, alla fine, sono certo di aver deluso proprio le persone che mi avevano tanto incoraggiato.

Mi ritrovai in un campo che era terra di nessuno. Non era materia antropologica, né sociologica, né filosofica, e neppure religiosa.

Avevo seguito le regole e le configurazioni del sistema che stavo studiando, ma non ero in grado di approdare in un luogo sicuro.

Allora misi a repentaglio tutto il mio lavoro abbandonando gli opportuni criteri accademici per provarne il valore o, al contrario, la sua mancanza di validità.»
(Carlos Castaneda)

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IL CONCETTO DI COGNIZIONE SECONDO GLI SCIAMANI TOLTECHI


«Se dovessi dare una descrizione sintetica di quello che feci nella mia ricerca sul campo direi che lo Sciamano indiano Yaqui, don Juan Matus, mi trasmise l'universo conoscitivo degli Sciamani dell'antico Messico che chiamava Cognizione.

Con questo termine si intendono i processi che governano la consapevolezza della vita di tutti i giorni, processi che comprendono la memoria, l'esperienza, la percezione e l'uso competente di qualsivoglia sintassi. All'epoca, il concetto di cognizione rappresentava l'ostacolo maggiore.

Per un occidentale istruito come me era inconcepibile pensare che la cognizione, quale è definita nella speculazione filosofica moderna, fosse qualcosa di diverso da un processo omogeneo e onnicomprensivo, valido per tutta l'umanità.

L'uomo occidentale è disposto ad ammettere differenze culturali che spieghino modi curiosi di descrivere i fenomeni, ma le differenze culturali non potrebbero mai giustificare l'esistenza di processi legati alla memoria, all'esperienza, alla percezione e all'uso competente della lingua diversi da quelli che conosciamo. In altre parole, per l'uomo occidentale esiste la cognizione solo come insieme di processi generali.

Per gli Sciamani della stirpe di don Juan, invece, c'è la cognizione dell'uomo moderno e la cognizione degli Sciamani dell'antico Messico.

Per don Juan si trattava di interi universi di vita quotidiana intrinsecamente diversi l'uno dall'altro.

A un certo punto, a mia insaputa, il mio compito passò misteriosamente dalla semplice raccolta di dati antropologici all'interiorizzazione dei nuovi processi cognitivi del mondo Sciamanico.

Un'interiorizzazione genuina di questi assunti implica una trasformazione, un rapporto diverso con il mondo di tutti i giorni.


Gli Sciamani scoprirono che l'impulso iniziale per questa trasformazione è sempre una forma di devozione intellettuale a qualcosa che sembra un semplice concetto ma, inaspettatamente, presenta potenti correnti sotterranee.


Le parole di don Juan spiegano meglio questo cambiamento: «II mondo di tutti i giorni non può più essere considerato qualcosa di personale, che esercita un potere su di noi, che può crearci o distruggerci, perché il campo di battaglia dell'uomo non è la lotta con il mondo circostante.

Il suo campo di battaglia si trova al di là dell'orizzonte, in una regione inimmaginabile per la maggior parte degli uomini, una regione dove l'uomo cessa di essere uomo».

Don Juan spiegò queste affermazioni dicendo che, dal punto di vista energetico, era indispensabile che gli uomini iniziassero a comprendere che l'unica cosa che conta è il loro incontro con l'Infinito.

Non riuscì a fornire una descrizione più semplice del termine Infinito.

Disse che era energeticamente irriducibile.

Non si poteva ricorrere a una metafora per spiegarlo, né si poteva farvi riferimento se non con termini vaghi come Infinito, «lo infinito». In quel momento avrei anche potuto credere che don Juan mi stesse dando solo un'intrigante descrizione intellettuale; stava descrivendo ciò che chiamava un fatto energetico.

Per lui i fatti energetici erano le conclusioni alle quali egli stesso e gli altri Sciamani della sua stirpe erano giunti quando avevano acquisito una funzione che chiamavano vedere: l'atto di percepire direttamente l'energia che fluisce nell'universo.

Questa capacità è uno dei punti culminanti dello Sciamanismo.

A sentire don Juan Matus, il compito di farmi entrare nell'universo conoscitivo degli Sciamani dell'antico Messico fu svolto in modo tradizionale: fece con me quello che era stato fatto con qualsiasi iniziato allo Sciamanismo nel corso dei secoli.

L'interiorizzazione dei processi di un sistema cognitivo diverso iniziava sempre focalizzando l'attenzione degli iniziati sulla presa di coscienza della nostra condizione di esseri avviati verso la morte.

Don Juan e gli altri Sciamani della sua stirpe erano convinti che la piena consapevolezza di questo fatto energetico, di questa verità irriducibile, avrebbe portato all'accettazione della nuova cognizione.

Il risultato finale che gli Sciamani come don Juan volevano far raggiungere ai loro discepoli era una consapevolezza che, proprio per la sua semplicità, è molto difficile da ottenere: la consapevolezza che siamo esseri destinati a morire.

Di conseguenza, la vera battaglia dell'uomo non è quella che combatte con i suoi simili, ma con l'Infinito, e non si può neppure parlare di una battaglia; si tratta, sostanzialmente, di un'accettazione.


Dobbiamo accettare volontariamente l'Infinito. Nella descrizione degli stregoni, le nostre vite hanno origine nell'Infinito e terminano dove hanno avuto origine: nell'Infinito.»
(Carlos Castaneda)

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