venerdì 6 marzo 2015

APOLLONIO DI TIANA E SIMON MAGO







APOLLONIO DI TIANA


Enigmatica figura di mago e filosofo neo-pitagorico, espressione tipica del sincretismo religioso dell'età imperiale, della quale tutto è discusso, a cominciare dall'esistenza.

Lo conosciamo infatti attraverso una pretesa biografia, opera di Filostrato, protetto di Giulia Domna (seconda moglie di Settimio Severo); scritta anzi per invito di lei. Fonti sarebbero i ricordi (ὑπομνήματα) di un discepolo di Apollonio, Damide l'assiro, oltre ad altre biografie ed a sue lettere.

Ma Damide, se pure non è una finzione letteraria, commette tali errori storici e geografici da indurre a più che sospettare dell'autenticità di questo scritto. Palese è la derivazione letteraria da fonti più o meno note; certi abbellimenti potrebbero essere stati introdotti anche per compiacere all'imperatrice, la ϕιλόσοϕος 'Ιουλία, grande patrocinatrice del sincretismo filosofico-religioso greco-orientale.

Apollonio, nato circa il 4 a. C., a Tiana, educato in Tarso, si ritira poi ad Egea nel tempio di Asclepio, che ben presto, per opera sua, si trasforma in un liceo e in un'accademia. Tornato a Tiana, rinuncia all'eredità paterna; e, avendo ormai abbracciato il pitagorismo, trascorre cinque anni nel silenzio e nella meditazione in Panfilia e in Cilicia.

Comincia allora i suoi viaggi, che hanno un doppio scopo: progredire nella sapienza e purificare, ovunque, il culto degli dei. Incomincia da Antiochia; poi visita Babilonia (a Ninive, egli ha incontrato Damide) e l'India, dove, presso quei savî (bramini o buddisti), compie le guarigioni miracolose di un paralitico e di un cieco; ritorna in Occidente, visitando varî luoghi della Grecia, tra cui Atene e Corinto, e viene a Roma.

Qui, una fanciulla, morta (tale solo apparentemente), è da lui restituita alla vita: ed egli trionfa delle difficoltà creategli da Tigellino e da Nerone, finché l'editto di quest'ultimo, che espelle dalla città i filosofi, lo costringe a partire. A. visita allora la Spagna, l'Africa, la Sicilia, Alessandria, e i "gimnosofisti" (asceti, fachiri) dell'Etiopia. Interessante il racconto delle sue relazioni con Vespasiano e Tito, in Alessandria e in Tarso; di ritorno in Italia, incute rispetto a Domiziano, che vorrebbe farlo imprigionare. Forza, in Grecia, l'ingresso dell'antro di Trofonio, che è in comunicazione con l'Ade; in Efeso ha la visione della morte di Domiziano, e l'annuncia.

Apollonio di Tiana morì sotto l'imperatore Nerva. Caratteristica dell'opera è la tendenza a purgare Apollonio dall'accusa di aver praticato la magia e a presentarlo come il tipo ideale dell'asceta neopitagorico.

Casto, vegetariano, completamente distaccato dalle cose del mondo, Apollonio venera il suo dio supremo (al quale gli altri sono sottoposti) non con offerte e sacrifici, ma mentalmente. E in questo senso si può pensare che non fosse estraneo alle intenzioni di Filostrato, o di chi lo indusse a scrivere, lo scopo di contrapporre un tipo ideale d'insegnamento mistico e ascetico ellenico al cristianesimo.









"O dei, - egli pregava - rimettetemi i debiti" (δοίητ έ μοι τὰ ὀϕειλόμενα). Certo, fa impressione il leggere, in quel libello anti-cristiano che è, essenzialmente, la Vita di Aureliano scritta da Vopisco (c. 24), il racconto dell'apparizione di Apollonio, durante l'assedio di Tiana all'imperatore, che gli dedica un tempio. E, in quel curioso miscuglio di culti che praticarono in Roma i Severi, è abbastanza significativo che Caracalla (Dio. Cass., LXXVII, 18) gli facesse erigere un tempietto (ἡρῷον), e che Alessandro Severo (Lampr., Vita Alex., 29) lo collocasse nel suo Lararium, con Alessandro Magno, Cristo, Abramo e Orfeo.

Ma, se almeno in parte i rapporti della Vita di Apollonio con i Vangeli si possono ritenere accertati, non bisogna tuttavia perdere di vista il carattere ellenistico di tutta l'opera, che presenta, letterariamente, notevoli affinità con il romanzo greco (cfr. E. Rohde, Der griech. Roman, 2ª ed., Lipsia 1900, p. 438 segg.).

Ierocle, proconsole di Bitinia sotto Diocleziano, adoperò lo scritto di Filostrato per dimostrare che i miracoli non erano cosa esclusiva del cristianesimo; gli risposero Eusebio di Cesarea (Contra Hieroclem) e Lattanzio.


La leggenda però intorno ad Apollonio si accrebbe continuamente di nuovi elementi, e finì con l'essere accettata anche da cristiani, che lo elogiarono, come S. Ambrogio, S. Agostino, Sidonio Apollinare, il quale conobbe una traduzione latina della Vita.

Nonostante la scarsità delle testimonianze che si possano ritenere indipendenti da Filostrato (di dubbia interpretazione il passo di Apuleio, De Mag., 90), non vi è ragione, tutto considerato, di negare l'esistenza storica di Apollonio.

Se degli scritti che gli sono attribuiti da Suida (Iniziazioni o Dei sacrifizî, Τελεταὶ o Περί ϑυσιῶν; un Testamento; degli Oracoli, Χρησμοί; delle Lettere; un Inno alla memoria, "Υμνος εἰς μνημοσύνην; un'opera di astrologia, Περὶ μαντείας ἀστέρων) ciò che è pervenuto a noi è di autenticità più che dubbia, è invece probabile che Apollonio scrivesse effettivamente una Vita di Pitagora, citata da Porfirio e da Giamblico, che presumibilmente l'ebbero sottomano (cfr. E. Rohde, in Rheinisches Museum, XXVI, p. 554 segg.; XXVII, p. 23 segg.).

Intorno alla sua figura storica interessi spirituali, non disgiunti dalle preoccupazioni politiche dei Severi, crearono la leggenda idealizzatrice, prima forse per opera dello pseudo Damide, poi di Filostrato.

Del resto, la fortuna di Apollonio non è ancor morta; di recente si sono impadroniti della sua figura teosofi e cultori di scienze occulte, in scritti assai più apologetici e fantasiosi che scientifici, come il libro di G. R. S. Mead, tradotto anche in italiano.


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SIMON MAGO




Personaggio del Nuovo Testamento (" vir autem quidam nomine Simon, qui ante fuerat in civitate magus seducens gentem Samariae, dicens se esse aliquem magnum ", Act. Ap. 8, 9); fu convertito dal diacono Filippo, dalle cui mani ricevette il battesimo.

Più tardi, osservati gli effetti miracolosi dell'imposizione delle mani da parte degli apostoli Pietro e Giovanni, tentò di comprare con denari la stessa carismatica potestas, ma fu aspramente rampognato da s. Pietro che gli rispose: " Pecunia tua tecum sit in perditionem, quoniam donum Dei existimasti pecunia possideri " (8, 20).

Da lui prese nome ‛ simonia ' (v.) il far mercato delle cose sacre. Personaggio esemplare che D. non esita a elevare a ‛ figura ' menzionandolo due volte, nell'Inferno e nel Paradiso, rispettivamente nell'incipit del canto XIX e nell'explicit del canto XXX, in posizione antitetica e quindi icasticamente allusiva, elaborando ‛ contaminati ' sia il testo scritturale sia quello della tradizione esegetica da Gregorio Magno (In Evangelia Homiliae XVII 13) alla Summa dell'Aquinate.

Nel canto XIX dell'Inferno, D., sulla scorta delle due tradizioni, denuncia il peccato antiparacletologico per eccellenza impiegando l'immagine degli sponsali e della ‛ maternità ' della Chiesa già canonica e risillabata attraverso s. Tommaso anche nel commento di Pietro: " Simoniacus procurat quod Ecclesia, quae est sponsa Christi, de alio gravida sit quam de sponso, quae de Spiritu Sancto concipere debet. Simonia facit quod ingravidetur de Spiritu maligno; unde facit deum nutrire adulterinos filios et legitimos exheredare ".

Né meno paracletologico è l'explicit del canto XXX del Paradiso, dove Beatrice, più che mai ‛ figura dello Spirito Santo ', con profezia dolorosa e terribile, condannerà in uno Clemente V e Bonifacio VIII colpevoli esplicitamente e rispettivamente contro il ‛ typus Christi ' Enrico VII e il ‛ typus prophetae ' D., figlio carnaliter di donna Bella e spiritualiter della bella donna - cioè la Chiesa militante -; e proprio nel canto XIX dell'Inferno Bonifacio VIII per bocca di Niccolò III viene accusato di non aver temuto di tòrre a 'nganno / la bella donna, e poi di farne strazio (vv. 55-57).


Nella terribilità dell'accusa rivolta a Bonifacio VIII, D. non solo impiega l'immagine tradizionale della Chiesa quale ‛ pulchra Mulier ' ma anche, con spietata analogia antitetica, ritorce l'affermazione del pontefice che, nella bolla Unam sanctam, suo aveva fatto il versetto gaudioso e giubilante del Cantico: " Una est columba mea, perfecta mea " (6, 8).

Con ugual coerenza e impiegando la stessa analogia antitetica, D. contaminando gli Atti (" Et apparuerunt illis dispertitae linguae tanquam ignis, seditque supra singulos eorum; et repleti sunt omnes Spiritu sancto et coeperunt loqui variis linguis, prout Spiritus sanctus dabat eloqui illis ", 2, 3) con la Visio Alberici (XI " vidi etiam os putei magni, flammas emittentem, et nunc sursum, nunc deorsum descendentem, de quibus audivi Apostolum dicentem: in his incendiis cremantur Symoniaci, qui donum Dei emunt et vendunt "), individualizza la pena dei simoniaci, " portandola in tal modo sul piano poetico ", aggiungendo il " particolare della posizione del peccatore con la testa all'ingiù ", e quello della fiamma, che completa il tormento bruciando sulla pianta dei loro piedi, così mostrandoci " l'inverso dell'aureola, che avrebbe avvolto il loro capo, se avessero assolto i loro obblighi di pietà e di carità " (Pagliaro).


È tuttavia probabilissimo, come suggerisce C.S. Singleton (in " Modern Language Notes " LXXX [1965] 92-99), che D. nell'immaginare la punizione dei simoniaci avesse in mente il particolare della narrazione degli Actus Petri cum Simone (ediz. R.A. Lipsius, pp. 45-103) secondo la quale s. Pietro pregò Dio di far cadere a terra, in modo che si rompesse una gamba, S. Mago che con l'aiuto del demonio volava su Roma.

La preghiera fu esaudita, e S. Mago cadde, e la parte inferiore della gamba (" crus ", proprio la zanca) si spezzò in tre punti (" Fregit crus in tres partes ").

E forse a rappresentazioni iconografiche della leggenda, nelle quali s. Pietro e s. Simone sono effigiati in piedi accanto a S. Mago capovolto, può essere accostata la scena di D. e Virgilio accanto a papa Niccolò III (Singleton, op. cit.).

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