sabato 7 febbraio 2015

ROGER BACON - DOCTOR MIRABILIS









RUGGERO BACONE, (Roger Bacon o Bachon) - Filosofo e scienziato inglese, nato verso il 1214 presso Ilchester nel Dorsetshire. Studiò a Oxford, sotto Edmondo di Canterbury, Roberto Grossatesta e Adamo di Marsh; un po' prima del 1245 era studente a Parigi, ove conobbe personalmente Alessandro di Hales e ascoltò una disputa di Guglielmo d'Alvernia.

Non sappiamo se conseguì a Oxford o a Parigi il grado di magister artium, né in quale delle due università iniziò il suo insegnamento. Certo è che nel 1250 egli si trovava a Parigi (Opus maius, ed. Bridges, I, p. 401).

Le quaestiones del ms. d'Amiens, intorno ai primi sei libri della Fisica, al libro De plantis e alla Metafisica, che in confronto degli altri scritti di lui sembrano opere giovanili, parrebbero, da un indizio notato dal Duhem, riferirsi all'insegnamento parigino.


Nemmeno sappiamo dove, trentenne, entrò nell'ordine francescano.

Nel 1257, per cause non ben precisate, fu costretto a lasciar l'insegnamento che gli aveva dato qualche fama; non tralasciò però le sue ricerche filosofico-scientifiche, per le quali spese una non indifferente somma in acquisto di libri segreti, nel ventennio anteriore al 1267.

Fra il 1263 e il '64 compose il trattatello De computo naturali, concernente la precessione degli equinozî e la riforma del calendario.


Ma, tranne questo e altri pochi opuscoli su diversi argomenti, B. per allora non scrisse altro; e quel che scrisse non fu pubblicato, per ossequio alla disposizione emanata nel 1260 dal capitolo generale dell'Ordine.

Pare nondimeno ch'egli accarezzasse l'idea di un'opera di gran lena, nella quale raccogliere i risultati dei suoi studî, e che doveva essere la somma di tutto il sapere filosofico e scientifico del suo tempo.


Il 22 giugno 1266, papa Clemente IV gli chiedeva copia, in bell'esemplare, dell'opera di cui gli aveva dato notizia prematura Raimondo di Laon. B., per soddisfare in qualche modo il desiderio del potente protettore, scrisse in gran fretta l'Opus maius, in sette parti, a guisa di persuasio praeambula della Scriptura principalis cui attendeva. Ma siccome pare che il papa inviasse nuove sollecitatorie per incitarlo a por fine a questa, il frate, che assiduamente vi lavorava, pur fra grandi strettezze e difficoltà, accorgendosi che non era opera da terminare in breve, gli mandò l'Opus minus, come sunto e appendice dello scritto precedente, e poco dopo l'Opus tertium, come complemento degli altri due.

Insieme con questi tre scritti, par quasi certo che, fra il 1267 e il 1268, egli inviasse al papa anche il Tractatus de multiplicatione specierum che, con alcune parti dell'Opus minus, doveva dargli un saggio dell'Opus principale.


Al quale B. lavorò bensì anche dopo la morte di Clemente IV, ma non riuscì mai a portarlo a fine. Quest'opera doveva constare di quattro volumi, comprendenti:

1° la grammatica e la logica;
2° la matematica;
3° la filosofia della natura;
4° la metafisica e la morale.




Il piano dell'opera ci è noto da un passo dei Communia naturalia (ed. Steele, p. 1); il suo titolo definitivo doveva essere quello di Compendium philosophiae.

Può darsi che del primo volume facesse parte il Compendium studii philosophiae, scritto fra il 1271 e il 1272, e la grammatica greca ed ebraica; del secondo volume doveva far parte il Volumen verae mathematicae habens sex libros, dei quali ci resta il primo (Communia mathematicae); del terzo volume, i Communia naturalia, il De coelestibus, un trattato De elementis et mixtis inanimatis, e un altro De vegetalibus et animalibus; del quarto, la Metaphysica de viciis contractis in studio theologiae.


In questi scritti B. non solo dava prova di una singolare indipendenza di giudizio di fronte alla tradizione delle scuole teologiche, ma ostentava un certo disprezzo per le maggiori personalità sia dell'ordine francescano, cui apparteneva, sia di quello domenicano, non esclusi Alberto Magno e Tommaso d'Aquino.


Pochi erano stati risparmiati dalle sue critiche.

Inoltre, alcune scienze da lui coltivate erano ritenute gravemente sospette. Questo è sufficiente a spiegarci perché, quando nel 1277 si scatenò a Parigi la reazione antiaristotelica e antiaverroistica, il generale dei francescani, fra Girolamo d'Ascoli, condannò e riprovò l'insegnamento di B., per "alcune novità sospette" che conteneva.

La tradizione vuole che fosse tenuto in prigione fino al 1292. Su questo particolare sono stati, però, sollevati dei dubbî, fondati sull'assoluta mancanza d'ogni accenno alla prigionia nel Compendium studii theologiae, che B. pare abbia scritto nel 1292.

Da questo momento, se pur non vogliamo dire addirittura dal 1277, si perde ogni traccia di lui. Filosofo, Ruggero B. accetta da un lato la dottrina agostiniana dell'illuminazione divina della mente umana, con la quale si sforza di conciliare la teoria aristotelico-arabica dell'intelligentia agens; dall'altro, pone a fondamento della ricerca filosofica l'esperienza esterna e interna dell'uomo, ma proclama l'insufficienza della ragione a raggiungere la verità definitiva, senza la fede e la grazia: il più alto grado dell'esperienza interna è l'esperienza mistica. Scienziato, egli continua l'insegnamento e il metodo di Roberto Grossatesta e della scuola di Oxford. Pone la matematica a fondamento della scienza della natura, discute a fondo le dottrine astronomiche dominanti, approfondisce l'ottica di Alhazen e diversi problemi della fisica aristotelica, segnatamente quello del vuoto.







Avido indagatore dei segreti della natura, conobbe la polvere pirica, già nota agli Arabi, e gli specchi ustorî ch'egli si accinse a fabbricare di nuovo per suo conto; divinò il telescopio e il microscopio, e, portato dalla fantasia piuttosto fervida, credé possibile trovare la macchina per volare, e navi che andassero senza vela e senza remi.

E accanto a queste felici intuizioni, una fede ingenua nell'influsso degli astri e della magia!


Sentì il bisogno di una revisione della Vulgata fatta sul testo ebraico, e di nuove e più fedeli traduzioni d'Aristotele; riteneva indispensabile lo studio delle lingue semitiche e del greco. Pur riconoscendo che Ruggero B. non seppe molto di più di quello che già si sapeva ai suoi tempi, è certo che nessuno dominò come lui tutto quanto lo scibile del sec. XIII.

Fra gli scolastici fu talora onorato dal titolo di Doctor mirabilis.


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Bacone, Ruggero (ingl. Roger Bacon o Bachon) Filosofo e scienziato (Ilchester, Somersetshire, 1214 ca. - forse Oxford dopo il 1292), detto talora per la sua vasta cultura Doctor Mirabilis.


Discepolo a Oxford di Roberto Grossatesta prima del 1235, nel 1245-55 si trova a Parigi per gli studi di teologia; entrato nel 1255 nell’ordine francescano, B. v’incontrerà gravi difficoltà a proseguire l’attività scientifica, soprattutto a motivo dei suoi programmi di riforma (che B. credette di poter realizzare ispirando l’opera di Clemente IV, che li aveva incoraggiati).

Della vasta opera di B. sono da ricordare anzitutto l’Opus maius, l’Opus minus e l’Opus tertium, inviati tra il 1267 e il 1268, forse insieme al Tractatus de multiplicatione specierum, a Clemente IV come anticipazione di un Opus o Scriptum principale, grande enciclopedia delle scienze in 4 parti (che avrebbe forse dovuto avere il titolo di Compendium philosophiae) cui stava lavorando ma che non riuscì mai a portare a termine (ne restano alcune parti, tra le quali il Compendium studii philosophiae, i Communia mathematicae, i Communia naturalia); e inoltre le giovanili quaestiones su scritti di Aristotele, l’Epistola de secretis operibus naturae e il Compendium studii theologiae, la sua ultima opera (1292).

Agostiniano, B. accentua il valore dell’illuminazione divina come fondamento di tutto l’umano conoscere (distinguendo in essa sette gradi, dalle illuminationes pure scientiales, fino al rapimento mistico), e della rivelazione concessa ai primi uomini per soddisfare l’innato desiderio di sapere e destinata a essere completata dalla rivelazione concessa al popolo ebreo e conservata nella Bibbia.

La rivelazione biblica – manifestazione di quella stessa luce di verità presente nell’intelletto umano (B. vede in Dio l’intelletto agente, come Guglielmo d’Alvernia e Adamo di Marsh – diviene così condizione indispensabile non soltanto per il discorso teologico ma per la stessa verità filosofica; ché anzi propriamente non si dà distinzione formale tra filosofia e teologia, che si intrinsecano con il netto primato della teologia.


Di qui la polemica di B. contro i «peccati della teologia» contemporanea, individuati anzitutto nel prevalere della filosofia aristotelica nella teologia e nell’abbandono della Bibbia, sostituita dal testo delle Sentenze, e da una tecnica argomentativa che eliminava la dimensione storica della riflessione teologica legata alla Bibbia (di qui anche la richiesta di un più approfondito studio della Sacra Scrittura attraverso la conoscenza dell’ebraico, e anche la necessità di emendare il testo, corrotto da cattivi copisti: sono temi cari a B.).

Ma connessa a questo aspetto – che riprende i temi più caratteristici della tradizione agostiniana e francescana – va tenuta presente un’altra fondamentale caratteristica della personalità di B., l’amore cioè per l’osservazione empirica, per la scientia experimentalis (con significato che non coincide però con quello più moderno) e anzitutto per la matematica che, seguendo Grossatesta, egli intende come essenziale per un’adeguata spiegazione dei fenomeni fisici; e alla matematica si connette l’ottica (e questa alla ‘metafisica della luce’), la quale diviene la scienza di valore metodologico paradigmatico.


Animato dal gusto per l’osservazione della natura (pur accettando, uomo del suo tempo, quanto di fantastico conteneva l’idea di natura del 13° sec.), B. seppe intendere – soprattutto per l’influenza di Pietro di Maricourt e per la lettura di libri astrologici e ‘magici’ arabi – il valore delle tecniche nella conoscenza della natura e i fini pratici del sapere (di qui anche le sue intuizioni su future possibilità dell’uomo nel dominio dei fenomeni).

Va poi notato che tale interesse scientifico-pratico di B. non resta estraneo o giustapposto ai motivi religiosi e teologici del suo pensiero, ma anzi con questi si connette strettamente in una prospettiva di riforma della Chiesa che comprendeva la conversione di tutto il genere umano (con suggestioni apocalittiche).

Per questa ragione egli aveva dedicato le sue opere al papa, al quale a suo avviso spettava, in quanto ‘Dio terreno’, la direzione di tutta l’umanità e quindi anche l’iniziativa e la responsabilità della riforma.

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