venerdì 6 febbraio 2015

Le Forme della Verità








In termini puramente enciclopedici il sostantivo femminile “verità” indica ed esprime una qualità che è propria dell’aggettivo “vero” il quale, nel suo significato fondamentale, afferma incontestabilmente caratteristiche proprie di un essere o di uno stato che a fronte di verifica o riscontro risulta come effettivo, reale, giusto, esatto, conforme alla realtà oggettiva o di cosa artificiale che imita perfettamente la realtà. L’utilizzo in vari altri modi e forme nel linguaggio comune si basa su questo principio di massima, assumendo forme di comparazione rispetto a ciò che è vero in senso assoluto, oppure di affermazione di buonafede e sincerità ed in genere come contrapposizione a ciò che è falso. Può inoltre indicare la proprietà di taluni enunciati usualmente utilizzati in logica e matematica che definiscono espressioni cui è assegnabile un valore di verità oppure un insieme di più proposizioni in cui viene espressa una proprietà, un teorema, un problema, comprendente la tesi e l'ipotesi, partendo dal principio che essi si trovino in corrispondenza con la verità. Se sposiamo la vecchissima tesi per cui la filosofia è ricerca della verità, non possiamo avere incertezze sul fatto che sia stata la prima disciplina ad occuparsi di tale tema. Le religioni, almeno nell'accezione occidentale, si presentano come proposte di verità sui medesimi argomenti, ma con caratteristiche di assolutezza ed indubitabilità.
Facendone una complessiva analisi, in termini prettamente filosofici, i cui distinguo tra pensiero orientale ed occidentale tratteremo più avanti, possiamo cominciare a dire che la “definizione di verità”, assume, per la molteplicità delle forme e dei significati intrinseci in essa, caratteristiche assai complesse e difficili da trattare. Procedendo con sistematicità ed adottando, in primis, la classica e già menzionata definizione come corrispondenza tra linguaggio e fatti, diciamo che una proposizione è vera se essa esprime o è in corrispondenza con un fatto vero. Questa è sostanzialmente la definizione di Aristotele, da cui Alfred Tarski ha sviluppato la versione della logica matematica. Non stiamo ancora seguendo un procedimento logico in senso proprio per cui la definizione è coerente e sufficiente a spostare il problema alla “definizione dei termini” che introduce, ossia "linguaggio" e "fatto". Il linguaggio a cui ci riferiamo dovrebbe essere il linguaggio umano in senso lato, intendendo con questo l'insieme di tutti i linguaggi naturali e artificiali. Dobbiamo adottare una caratterizzazione così estesa per il fatto che vogliamo parlare di verità assoluta e qualunque restrizione la renderebbe inadeguata.
Per quanto riguarda i "fatti", la definizione deve essere di nuovo la più generale possibile. Un fatto sarà dunque tutto ciò che rientra nella sfera dell'esperienza, della ragione, dell'intuizione, della trascendenza, ivi compresi gli enti più elevati e generali come ad esempio le deità. Ma il semplice trattarsi di linguaggio "umano" fa sì che una corrispondenza incondizionata, assoluta con un fatto incondizionato ed assoluto, sia impossibile, dato che l'uomo e quindi il suo linguaggio è limitato per propria natura. Nessuna proposizione del linguaggio umano può esprimere l'assoluto. Il linguaggio umano, indissolubilmente legato con la ragione umana, a sua volta legata alla natura umana in generale, introduce di per sé una limitazione in ciò che può esprimere.
In base alla definizione che abbiamo dato, la verità assoluta, quindi, non è esprimibile.
Si può, a questo punto, obiettare che la definizione che abbiamo scelto era ancora troppo restrittiva, nonostante gli sforzi fatti per renderla la più generale possibile.
Possiamo togliere la restrizione relativa alla sfera del linguaggio ed accettare anche linguaggi non umani. Ma per definizione, un linguaggio realmente non umano ci è inaccessibile e se lo fosse sarebbe comunque riducibile al linguaggio umano, per cui non eliminerebbe la restrizione poiché saremmo in grado di individuarne regole di traduzione nel nostro, o almeno nei concetti che sono alla base di esso. Tale base è la capacità di distinzione e concettualizzazione dell'intelletto umano, che per sua natura non è assoluta in quanto introduce distinzioni sulla base delle facoltà di un essere limitato. Una verità riferita ad un linguaggio realmente non umano ci è, quindi, inaccessibile sul piano dei concetti, ed a tutti gli effetti insostenibile. Si può allora pensare di togliere completamente di mezzo il linguaggio. A questo punto, però, l'argomentazione filosofica, che per sua natura fa ricorso al linguaggio è costretta ad fermarsi ed ammettere che la verità assoluta si potrà perseguire attraverso mezzi non linguistici e quindi non propri dell'intelletto, bensì di altre facoltà.
I termini corretti della distinzione tra verità relativa e verità assoluta sono stati posti per la prima volta in modo esauriente da filosofi indiani a partire dal II secolo. La parola dei Veda è prima suono, poi significato ed è assoluta in quanto “suono”, non in quanto “significato”. In principio era il “sabda” - il suono, la sillaba cosmica “Om”. Il buddhismo, abbandonando la rivelazione vedica e anche quei concetti metafisici, pur presenti nel pensiero delle scuole vediche, che risultano più familiari all'occidentale come il Dio personale e l'esistenza stessa dell'anima. Le divinità passano in secondo piano rispetto ai buddha e ai bodhisattva, i quali sono esseri che hanno raggiunto l'illuminazione attraverso una catena di esistenze. Le varie scuole differiscono tra loro su singoli punti metafisici, ma il concetto fondamentale dell'impermanenza e del vuoto come fondamenti del mondo dell'apparenza sono comuni a tutti. Per chiarezza di chi non conosce il pensiero buddhista, possiamo ricordare che l'individuo e l'anima non sono considerati reali, e la catena delle esistenze deve essere intesa come processo che continua ma non come persistenza di uno stesso essere. La reincarnazione è come l'atto di accendere una candela con un'altra che sta per spegnersi: la fiamma non è più la stessa, anche se in qualche modo è la continuazione della precedente.
Ciò che sostanzialmente è comune a tutto il pensiero orientale è il riconoscimento che la conoscenza più alta è di tipo non verbale, non discorsivo: "il discorso supremo è senza parole". In Oriente si accetta che si possa e, secondo alcuni, si debba partire dal ragionamento per arrivare alla sapienza (prajña) che è al di là di esso; non esiste il concetto di fede. La prajña non è fede, è conoscenza diretta dell'assoluto ottenuta attraverso un metodo o una via che non è traducibile in articoli formalizzati, non è compatibile con un "credo", in quanto non esprimibile con parole e con qualunque formula verbale; vale soltanto come mezzo, come appoggio, per indirizzarsi alla sapienza, ma è intrinsecamente incapace di esprimere la verità assoluta.
L'illuminazione viene cercata unicamente per mezzo della meditazione, tramite l’arricchimento costante delle qualità intellettuali, senza intendere con questo il grado di istruzione, per saltare direttamente al di là della fase razionalistica
Alla domanda se la filosofia abbia saputo raggiungere la verità assoluta, la risposta è certamente negativa in quanto non è ottenibile tramite la ragione. Nei termini della filosofia occidentale tradizionale rimane insuperata la “Critica della ragion pura di Kant”, che libera il campo dalle "prove" dell'esistenza di Dio, ed enuncia assai bene il motivo per cui quelle che egli chiama idee della ragione sono destinate a rimanere prive di oggetto.
Anche accettando che non si possa dare contenuto alle idee della ragione, si potrebbe pensare che esista un altro modo di raggiungere la verità assoluta, attraverso la logica pura, che altro non è che il pensiero spinto all'estremo della formalizzazione. Kant riteneva che la verità matematica fosse assoluta in virtù delle forme trascendentali; i logicisti di fine Ottocento e primo Novecento speravano di arrivare al medesimo risultato attraverso un sistema logico formale. Ma il teorema di indecidibilità di Gödel ha definitivamente chiarito l'impossibilità di costruire il pensiero sulla sola forma della logica: nessun sistema di tal fatta potrà mai contenere tutta la verità, resteranno sempre verità indimostrabili formalmente. Quanto alle categorie kantiane, la fisica teorica le ha superate mostrando che è possibile costruire e verificare teorie scientifiche incompatibili con esse.
L'unica via d'uscita consiste nella chiara distinzione tra verità relativa e verità assoluta. Quest'ultima è irraggiungibile per l'essere umano; non sappiamo se vi siano altri esseri che l'hanno raggiunta o la possano raggiungere. La debolezza del pensiero umano fa sì che queste stesse argomentazioni ricadano comunque nella sfera del relativo.
Il pensiero occidentale, però, è incardinato sulla ragione e sulla verità assoluta di tipo matematico che per i Greci era geometrico: "Chi non conosce la geometria non entri" era scritto all'ingresso dell'Accademia. Questo deriva dal modo in cui la civiltà greca pose la matematica come modello ideale di conoscenza, avendola intesa per la prima volta come edificio logico piuttosto che come insieme di tecniche. La religione cristiana è un sincretismo di monoteismo semitico e filosofia ellenica, ed ha radicato ulteriormente il concetto che esistono verità assolute e ben definite: Dio è verità in primo luogo. "In principio era il logos" dice il Vangelo di Giovanni: Gesù Cristo si identifica con la parola/ragionamento di Dio. Attraverso il logos, Dio ha creato il mondo: le essenze vengono prima della creazione. Ne risulta che il pensatore occidentale non trova altre possibilità, oltre alla ragione ed alla fede. Ma lo scetticismo le travolge entrambe, perché la religione occidentale è intrisa di ragione. Il cristianesimo storico, infatti, è identificato da un insieme di dogmi, che sono asserzioni dotate di significato soltanto se il linguaggio e la logica sono dati. L'esistenza di Dio e dell'anima sono intese come verità assolute, ma se il concetto stesso di Dio, il concetto di anima, il concetto di esistenza non si possono fondare in qualche modo sul linguaggio e sulla ragione, allora i dogmi diventano formule vuote. In principio era il logos - che in greco significa insieme parola/pensiero/ragione. Da un punto di vista occidentale, si tratta di una contraddizione: si usa un mezzo del quale si afferma fin dall'inizio l'inadeguatezza. Ma le dottrine orientali si presentano come vie, non come sistemi. Sono procedimenti, metodi, non strutture organizzate staticamente. La ragione non consente da sola di percorrere tutto il cammino, ma è usata per percorrerne un certo tratto; anzi in questa fase è considerata indispensabile, dal Mâdhyamaka. Altre scuole ne fanno a meno, perché si rivolgono a persone diverse: nessuna via è adatta a tutti. Per gli occidentali, invece, la fede è certezza assoluta della formula: se dico "Credo in Dio padre ... creatore del cielo e della terra" vuol dire che pongo quest'affermazione in modo assoluto al di là di ogni dubbio e di ogni discussione. Intendo quindi veramente che è indiscutibile che ci sia un Dio che ha creato il mondo. Si tratta in realtà di una sintesi di filosofia occidentale e religiosità semitica: la parola è assoluta per il suo significato, come una dimostrazione geometrica è assoluta per la sua struttura logica, ma si prende come punto di partenza il testo sacro o il dogma. La cultura occidentale è permeata da questo concetto, tanto che gli stessi scienziati, anche quando sono in urto con l'autorità religiosa, mantengono questo atteggiamento: Galileo diceva che Dio si esprime in linguaggio matematico. Con somma ironia, coloro che si appellano ai libri sacri contro la scienza assumono il medesimo atteggiamento, perché prendono tali libri alla lettera, come se fossero testi scientifici. Il "credo" è quindi trattato come gli assiomi di Euclide: verità autoevidente per il suo contenuto, da cui derivare ogni ragionamento.
Il pensiero occidentale, dunque, è pervenuto ad un punto critico. La logica matematica ha dimostrato la propria stessa insufficienza col teorema di Gödel: non è possibile fondare la logica e la matematica soltanto su loro stesse. La scienza fisica, intanto, si è totalmente svincolata dalle normali categorie del pensiero umano, prima con la relatività e poi con la meccanica quantistica. Tempo, spazio e sostanzialità della materia sono diventati qualcos'altro di indefinibile in termini del linguaggio comune. La fisica offre oggi un metodo estremamente preciso ed efficace per descrivere i fenomeni, ma è intraducibile nel linguaggio quotidiano. Si possono criticare taluni aspetti formali del famoso libro di Fritjof Capra "Il Tao della fisica", ma è vero che la fisica quantistica è più compatibile con Buddha e Lao-zi che con Aristotele e Kant. Il mondo orientale non ha saputo sviluppare la scienza, perché non ha attraversato una fase in cui si sviluppasse la fiducia nella matematica come metodo. Viceversa, l'Occidente si è ritrovato privo di una disciplina spirituale capace di progredire con le sue capacità scientifiche, perché ha sviluppato una religiosità dogmatica, per la quale la matematica è intesa come modello anziché come metodo.
Oggi l'Occidente ha raggiunto una certa consapevolezza di aver perduto la verità assoluta. La maggioranza degli occidentali cerca di ritrovarla nella fedeltà alla religione tradizionale. Le scuole di pensiero non religiose sono in disarmo; per ultimo è caduto il marxismo. Ma non ha via d'uscita, perché le scuole di pensiero occidentali sono permeate di dogmatismo. Del pensiero orientale si colgono gli aspetti superficiali, magici, ciarlataneschi, mentre le grandi tradizioni spirituali sono ignote ai più. Ciò che di meglio ha creato l'Occidente è la scienza, che per definizione non cerca la verità assoluta ma la miglior spiegazione disponibile. Ciò che di meglio ha creato l'Oriente è l'indagine sulla natura umana nella sua componente spirituale, indagine rivolta a trovare il metodo per liberare l'uomo dalle angustie della sua condizione. Siamo quindi giunti al punto cruciale: la fede monoteistica occidentale non è affatto svincolata dal logos, anzi se ne serve in modo assoluto, costruendo un "sistema euclideo" basato sugli articoli di fede. Lungi dall'essere alternativa alla ragione scientifica, essa se ne allontana soltanto perché pone delle premesse inviolabili basate sui testi sacri, anziché sulla pura ragione o sull'evidenza fisica. Pertanto la sua pretesa di proporre una verità assoluta è soggetta alle stesse argomentazioni che portano al fallimento il tentativo analogo fatto dalla filosofia: nel momento in cui la religione si pone come forma di conoscenza logica e formalizzata, si sottopone al medesimo tipo di attacco argomentativo a cui la conoscenza filosofica soccombe. Questa pretesa di verità formale, per essere corretti, non era propria del monoteismo più antico: l'ebraico. L'atteggiamento ebraico non è quello di cercare la letteralità del significato, ma il potere della parola: non logos (parola/ragionamento logico) ma davar (parola/azione). Gli Ebrei non hanno dogmi, hanno la Torah. Anche fra loro ci sono quelli che la usano in senso dogmatico di tipo logico, ma in fondo tendono a derogare dalla rigidità della propria cultura, riassorbendo atteggiamenti più ellenici, cristiani o mussulmani che ebraici. Non procediamo oltre nell'approfondimento della religiosità ebraica, che meriterebbe altro spazio, per tornare alla questione della verità assoluta. Ci limitiamo a dire che, spogliandola degli aspetti dogmatici, che di per sé non sono ebraici, essa può indicare una “via” verso la verità, attraverso la quale si potrebbe ricostruire anche il cristianesimo. Riassumendo quanto si è detto finora, si può affermare che il pensiero occidentale crea una struttura di tipo logico-discorsivo sopra alcune premesse di tipo “fideistico” (nel campo della religione) o di "evidenza empirica" (nel campo della scienza). Il pensiero orientale invece parte da una visione tradizionale del mondo per analizzarla e poi smantellarla con il ragionamento, per procedere successivamente o parallelamente all'abbandono del metodo logico-discorsivo in favore del metodo meditativo-intuitivo. Ora possiamo spiegarcene il motivo: la scienza opera per alcuni aspetti come il pensiero orientale e non come il pensiero ellenico. I grandi scienziati del passato, a partire da Galileo, erano troppo intrisi di pensiero occidentale per rendersene conto.
I fondatori della scienza moderna, infatti, credevano di operare come Euclide: scoprire gli assiomi, ricavabili dalla natura ma assoluti e definitivi una volta scoperti, e derivare col ragionamento tutto il resto. La verifica empirica avrebbe dovuto semplicemente confermare o refutare la validità degli assiomi. Ma qui sta il punto: non è mai possibile verificare gli assiomi in modo assoluto. Il metodo galileiano è sempre stato giusto, ma Galileo stesso credeva che le sue scoperte, una volta confermate dall'esperienza, fossero definitive. La fisica della fine dell'Ottocento e del primo Novecento mise in crisi questa concezione del sapere scientifico: Einstein, ad esempio, dimostrò che le scoperte di Galileo e Newton non erano definitive neppure nel campo apparentemente più solido, la dinamica del punto materiale. Non che fossero sbagliate: la fisica classica era semplicemente un'approssimazione valida in un certo ambito di condizioni.
Si è quindi reso evidente che il metodo scientifico è per l'appunto un metodo, una via. Un metodo straordinariamente efficace per descrivere certi ambiti di fenomeni. Alla sua base, il concetto più importante: nessuna scoperta è mai definitiva, nessuna formulazione è valida in modo universale. E' possibile procedere verso una conoscenza sempre migliore dei fenomeni, ma non si può mai avere la conoscenza assoluta.
La meccanica quantistica ha mostrato come una teoria scientifica può descrivere con grande precisione i fenomeni rimanendo intraducibile nel linguaggio ordinario; meglio, la sua traduzione contiene contraddizioni non eliminabili. Se non ci si preoccupa di questo e si guarda il risultato, va tutto perfettamente. Ma questo è un atteggiamento orientale: non esiste una verità assoluta descrivibile a parole, esistono però metodi validi per raggiungere la conoscenza. Non c'è da meravigliarsi, quindi, che la scienza contemporanea si adatti ad una visione buddista o taoista del mondo fenomenico: buddisti e taoisti da sempre negano qualsiasi dogma, qualsiasi essenza, qualsiasi discorso definitivo sul mondo.
Dobbiamo quindi ricostruire una visione del mondo che tenga conto di entrambe le tradizioni dell'umanità. Ciò che hanno in comune le parti migliori di entrambe è il porsi come metodi e non come punti di arrivo preordinati. Non è sincretismo…, significa accogliere il punto di vista secondo il quale per ogni cosa ci sono metodi, tecniche, vie, nessuna delle quali valida in assoluto, tutte utili nei rispettivi ambiti. La verità assoluta rimane irraggiungibile, se non attraverso un cammino spirituale individuale. Sta a ciascuno di noi trovare la propria via, conservando il rispetto per le altre.

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