venerdì 6 febbraio 2015

La scienza meccanicista è impotente a spiegare qualunque fenomeno vitale






di
Francesco Lamendola






Avete mai osservato uno stormo di uccelli volare nel cielo, per esempio uno stormo di rondini o di frosoni, quando, in autunno, si apprestano a migrare verso i Paesi caldi, ed eseguono le loro ultime evoluzioni, prima di partire definitivamente? Abbiamo detto “osservare” e non “vedere”, azione, quest’ultima, che può risultare alquanto distratta e superficiale, a causa dell’abitudine che attenua il doveroso stupore che dovrebbe pervaderci quando ci poniamo di fronte alle meraviglie della natura.
Ebbene, ad una osservazione anche fugace, ma attenta, non ci potrà sfuggire un dettaglio estremamente significativo: gli uccelli che compongono lo stormo non si muovo, ad esempio non compiono una virata improvvisa, imitando i movimenti di quelli che li precedono; se così fosse, tutto il loro movimento dovrebbe risultare scaglionato nel tempo, e sia pure di una frazione di secondo: ciascun individuo dovrebbe regolarsi in base a ciò che fa l’individuo che lo precede, e questo dovrebbe provocare, via via che ci si allontana dalla testa dello stormo, un effetto ritardato a catena, proprio come si verifica quando il semaforo passa dal rosso al verde e la colonna delle automobili si rimette in movimento, ma non ciascuna automobile simultaneamente, bensì la seconda un attimo dopo la prima, la terza un attimo dopo la seconda, la quarta un attimo la terza, e così via, tanto che la decima o la ventesima automobile riescono a partire quando ormai il verde è già scattato da un pezzo e, magari, sta per apparire il giallo e, poi, ancora il rosso, bloccando di nuovo la colonna in transito, magari senza che tutte le automobile che erano rimaste ferme, in attesa di riceve il via libra, abbiano potuto oltrepassare l’incrocio.
Ma alle rondini dello stormo, questo non accade: virano tutte insieme, si alzano o si abbassano tutte insieme, simultaneamente, perfettamente sincronizzate: non perdono neanche una frazione di secondo per assumere la nuova direzione di volo; procedono così perfettamente allineate, e sempre rispettando le distanze reciproche, come se ricevessero un ordine in contemporanea tutte quante - per essere più precisi, come se non fossero degli individui separati e distinti, ma come lo stormo fosse un super-individuo, formato da alcune decine o, magari, da alcune centinaia di singoli individui.
È una cosa che dà da pensare, beninteso se si possiede l’attitudine a porsi delle domande che, per quanto in apparenza semplici, hanno, in realtà, delle enormi implicazioni a livello generale; e non solo nell’ambito strettamente naturalistico, ma anche in quello psicologico, sociologico e, in ultima analisi, in quello filosofico. Che cosa ci dice, infatti, la scienza oggi dominante e imperante, ossia la scienza meccanicista e riduzionista, fondata nel XVII secolo da Francesco Bacone, Galilei, Cartesio e Newton? Ci parla, con tutta tranquillità, se non di imitazione (perché, in casi come quello sopra descritto, semplicemente NON PUÒ farlo), di “istinto”, una paroletta magica che dovrebbe spiegare tutto anche se, a ben guardare, non spiega assolutamente nulla; più o meno come la ghiandola pineale di Cartesio avrebbe dovuto spiegare il mistero della corrispondenza tra la “res cogitans” e la “res extensa” presenti nell’uomo, cioè tra la mente e il corpo – peccato soltanto che codesta famosa ghiandola pineale esiste, sì, ma non svolge affatto la funzione supposta dal padre del razionalismo moderno.
Ma che cosa vorrebbe dire, in realtà, “istinto”? Si tratta di una espressione che rende intelligibile lo stupefacente comportamento degli uccelli, allorquando volano in uno stormo? Assolutamente no: il mistero rimane, fitto come lo era prima; abbiamo soltanto appiccicato una pretenziosa etichetta al fenomeno, per coprire la nostra totale ignoranza di esso. E quanto abbiamo detto per il volo degli uccelli, vale, in realtà, per una quantità straordinaria di fenomeni, dal volo di uno sciame di api o di vespe, ad altri, assai più complessi, riconducibili all’apprendimento di situazioni nuove e specifiche, che non si possono spiegare in termini di ereditarietà.
Per esempio, nelle fogne delle grandi città invase dai topi si è notato che, quando un individuo muore in seguito all’assunzione di esche avvelenate, nessun altro commette una seconda volta il medesimo sbaglio, e ciò manda all’aria gli ambiziosi piani di derattizzazione delle pubbliche autorità, costrette a fare i conti con una popolazione di sgraditi abitanti sotterranei che non vuole saperne di lasciarsi avvelenare in massa, ma che, grazie al sacrificio di pochissimi individui, riesce a intuire il pericolo e si tiene scrupolosamente alla larga da esso, per quanto appetitose, incolori e inodori possano essere le sostanze velenose iniettate dagli uomini nelle esche che, poi, hanno sparso un po’ dovunque.
Ora, se il comportamento degli uccelli facenti parte di uno stormo si può spiegare, forse (ma usiamo la parola “spiegare” nel senso, alquanto improprio e inutilmente pretenzioso, della moderna scienza meccanicista e riduzionista), in termini di apprendimento innato o ereditario, chi o che cosa può aver fatto avvertiti i topi che un nuovo, insidiosissimo e invisibile nemico si è introdotto nel loro tenebroso regno sotterraneo: un veleno che si nasconde nei cibi di cui essi sono particolarmente ghiotti? Come si può spiegare che la morte subitanea, e in apparenza priva di cause, di pochissimi individui, abbia potuto rappresentare una “lezione” vera e propria per tutti gli altri, appresa in maniera pressoché istantanea, mettendoli in guardia e inducendoli a sdegnare dei facili bocconi che si trovano alla loro immediata portata?
Scriveva l’ottimo Leo Talamonti, uno dei migliori e più seri studiosi del paranormale, nel suo libro «Parapsicologia e misteri del mondo animale» (Milano, Rizzoli, 1979, pp. 119-20):
«… Uno dei fati che richiedono con maggiore urgenza il salto dal “fisico” allo psichico” sta […] nella constatazione che una moltitudine di individui poco intelligenti può adempiere con ordine e simultaneità d’azione a compiti di grande complessità, mediante i quali si aggiungono scopi altamente intelligenti che fanno capo, evidentemente, a un unico centro direttivo. Ci si può chiedere: DOVE RISIEDE L’ANIMA DI GRUPPO? Non nella regina [delle api], come Marais mostrava di supporre, e neppure nel capo visibile di una qualsiasi comunità di animali o di insetti. I capi esistono, ma non sono che “organi” come gli altri, e soggetti allo stesso imperio del “fattore X”. La risposta al quesito richiede, comunque, una precisazione preliminare.

COME ESISTONO DEI PROBLEMI SENSO FISICO - È QUANTO CI INSEGNANO I TRATTATISTI DELLA MATERIA - PER ANALOGHE RAGIONI SI DEVE RICONOSCERE CHE NE ESISTONO DEGLI ALTRI PRIVI DI SENSO PSICOLOGICO, E NON VI È DUNQUE MOTIVO DI PORSELI.

Per dirla con il Mackenzie, l’animale (singolo) non è altro che un arto fisico di una ben più vasta coscienza e intelligenza che sussisterebbe, FORSE, in regioni supersensibili”; dal che discende l’inutilità del ricercarle in sedi corporee. (Il corsivo è nostro, n. d. A.). Del resto la NON-LOCALIZZABILITÀ degli enti psichici non è una invenzione degli psicobiologi; è uno dei nodi nei quali psicologia e parapsicologia, biologia e filosofia sono destinate inevitabilmente a intersecarsi. Essa è implicita nelle posizioni di Jung, è stata proclamata apertamente da parapsicologi-filosofi quali Broad, Price, Burtt, Ducasse, Tenhaeff.
Altra conseguenza di grande importanza filosofica che si riconnette a quest’ordine di problemi è la perdita di consistenza di un concetto assai radiato nel senso comune: quello di INDIVIDUO. È giusto, è possibile seguitare a considerare l’individuo biologico come un essere a sé stante – sorta di monade autonoma, indivisa, impenetrabile – dal momento che l’essere fisicamente non contrasta con il far parte del tutto”? Anche scienziati estranei al pensiero psicobiologi condividono, in proposito, dubbi e perplessità. Se è vero che “l’individualità” non può essere che un concetto-limite – lo afferma Bertalanffy – e che innumerevoli individui simili ma fisicamente separati possono condurre e attuare un “comune progetto di vita”(Hardy) ecco che ci si avvicina, quasi senza accorgersene, ai postulati della psicobiologia.
“L’individuo come cosa isolata non può esistere”, afferma Cipriani; “esso sta alla specie come le cellule stanno all’organismo, e il tessuto connettivo è rappresentato da una sostanza psichica che tutto pervade”; secondo Mackenzie, non di individui si dovrebbe parlare, ma piuttosto di MULTIPLI e SOTTOMULTIPLI, dell’individuo: sottomultipli sarebbero gli organi e le cellule dell’organismo singolo, multipli gli aggruppamenti di individui. Ma non si creda che il problema si ponga solo per le alghe flagellate, o per gli insetti sociali. Il discorso è stato iniziato “dal basso”, perché è lì’ che la problematica dell’UNO E DEI MOLTI s’impone con più immediata evidenza; ma prosegue anche su in alto, per tutti i gradini della vita.
Nessuno degli esseri che vivono in collettività è mai soltanto se stesso, anche se tale può sembrare ad altri, e - nel caso di esseri coscienti – a se medesimo. Ovunque in seno alle collettività, opera una forza integratrice che tende a raggruppare psicologicamente i molti nell’uno, e ciascun individuo ne dipende in qualche modo, quanto meno nelle profondità del suo essere. S’intende che l’effetto di quella forza perde di evidenza , più che di sostanza, man mano che si sale su nei gradini della vita, e ciò, in ragione della crescente complessità apportata da uno psichismo secondario via via più sviluppato: tanto che al livello umano la sua azione può sembrare addirittura inesistente; ma è un’apparenza che inganna. […] Il “teorema dell’Uno e dei Molti” vale anche per l’uomo.»

La concezione meccanicista e riduzionista è del tutto impotente a spiegare questo genere di fenomeni; anzi, a ben guardare, è impotente a spiegare praticamente tutti i fenomeni della vita: perché, per quanto si spinga lontano lo sguardo, non si troverà nessuna specie vivente in cui un singolo individuo possa vivere perfettamente isolato dai propri simili e possa affrontare con successo, o meglio, che possa affrontare in qualunque modo, la propria parabola vitale, senza essere legato per mille file, in maniera diretta o indiretta, visibile o invisibile, palese o nascosta, a molti altri individui suoi congeneri, se non addirittura, in ultima analisi, a TUTTI gli altri.
E quando diciamo “tutti”, non intendiamo solo quelli della medesima specie, ma proprio tutti, tutti quanti: perché la vita sulla Terra è organizzata in maniera tale che nessun individuo può auto-escludersi da quella immensa catena di relazioni che lega tutti a ciascun altro, non solo attraverso la cosiddetta catena alimentare, ma anche attraverso ogni singolo processo vitale, per non parlare del clima che è, a sua volta, in relazione con l’insieme della biosfera (oltre che con il ciclo dell’acqua e con le emissioni di gas dai vulcani attivi: ma questo ci porterebbe ancora più lontano, oltre i confini, se pure ve ne sono, che separano i fenomeni della materia organica da quelli della cosiddetta materia inorganica).
Vale dunque la pena di domandarsi se l’uomo – che, dal punto di vista biologico, è un mammifero, e dunque un animale come tutti gli altri, bisognoso della stesse sostanze per vivere – davvero si possa sottrarre a questa interdipendenza; e se davvero egli sia del tutto emancipato, come generalmente pensa e giudica, dal comportamento della specie cui appartiene. È bensì vero che l’uomo possiede l’autocoscienza, grazie alla quale egli è capace di riflettere sulle ragioni del proprio vivere, e che lo spinge a pensare e ad agire in maniera autonoma; lungi da noi voler negare o minimizzare questo fondamentale aspetto della sua natura, che si concretizza nella sua possibilità di agire da creatura libera: ma siamo sicuri che ciò non avvenga, con diversa intensità, anche per le altre specie viventi, a cominciare, ovviamente, da quelle a lui comparabili in fatto di intelligenza e capacità di apprendimento? In altre parole: invece di pensare che l’uomo sia strettamente e irreversibilmente condizionato dallo spirito collettivo, come sembra che lo siano le api o le formiche, non potrebbe darsi, al contrario, che proprio le api, le formiche e tutte le altre specie viventi, ivi comprese le piante, siano, sì, condizionate da un’anima collettiva, ma che, nello stesso tempo, e naturalmente in grado diverso per ciascuna di esse, siano capaci di qualche margine di autonomia? Perché se l’anima di gruppo fissa la regola generale, allora la cosa interessante sarebbe appunto vedere come i singoli individui possano costituire l’eccezione rispetto alla regola.
Non si tratta, dunque, di negare il libero arbitrio: si tratta di ricollocare l’uomo nel contesto cui naturalmente appartiene; e di valutare, semmai, se non sia ipotizzabile che per ogni singola creatura vivente esistano dei canali misteriosi, mediante i quali l’anima individuale – o psiche, o coscienza, o comunque la si voglia chiamare in base alle proprie convinzioni - è in relazione diretta con l’anima collettiva della specie e, quindi, con l’Anima universale, come ritenevano i filosofi dell’antichità…

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Licenza Creative Commons
Enuma Elish diDario Sumer è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.