martedì 3 febbraio 2015

DIVINITA' INDUISTE




ADITYA

Gli Aditya sono, nella mitologia Hindu, un gruppo di divinità solari, figli di Aditi e Kashyapa. Originariamente essi erano sette o otto, ma in età vedica il loro numero fu portato a dodici, a rappresentare i dodici mesi dell'anno. Gli Aditya proteggono contro varie sciagure ed appartengono alla categoria dei Deva.





AGNI

Agni è il fuoco, l'elemento di purificazione, ciò che bruciando le impurità, eleva l'uomo dalla mortalità all'immortalità. Sin dagli albori della razza umana, il fuoco era visto come manifestazione di un elemento superiore alla contingenza. Il fuoco esprime luce, la luce sorge dal fuoco. Fuoco è l'astro solare, fuoco sono le stelle, fuoco sono i lampi della tempesta. Il connubio fra fuoco e luce si molto evoluto nella storia interiore dell'uomo e, a tutt'oggi, nell'era moderna, l'uomo indica il Divino e i suoi messaggeri o incarnazioni, così come i saggi e filosofi realizzati come portatori di luce, e quegli esseri che vediamo raggiungere la prossimità col mistero del Divino, vengono chiamati illuminati.
La fiamma del fuoco unifica ogni cosa, riducendo l'apparenza della molteplicita delle forme ad un'unica sostanza, impalpabile, immiscibile in acqua, insapore, etc., è la vibhuti usata in molti culti come segno distintivo per marcare il corpo di coloro che si dedicano ad un percorso verso il Divino.

Agni è il più importante degli dei terrestri, secondo per importanza fra gli dei dell'antica mitologia vedica solo a Indra. Agni è il fuoco del sole, del fulmine e quello terreno che gli uomini accendono per venerare le Forme del Divino.




Come personificazione divina del fuoco rituale del sacrificio, Agni è la bocca degli dei, il tramite che porta loro l'oblazione, l'offerta. E' il mediatore fra l'ordine umano e quello Divino. Nonostante presenti due volti, uno benevolo e uno severo, grazie alla sua funzione di mediatore è molto amato e venerato perché intercede per l'uomo presso tutti gli altri dei. Viene rappresentato con due teste, i capelli ritti a simboleggiare le fiamme che salgono, tre o sette lingue (da 3 a 7), tre gambe e fino a sette braccia, accompagnato da un montone, mentre regge il ventaglio per alimentare le fiamme, la fiaccola e il cucchiaio sacrificale. Il volto severo è quello che giudica e la sua è la natura dell'omnipresenza, grazie alla sua triplice natura (celeste, acquatica e terrena); viene infatti visto come figlio o amante delle acque (a seconda dei culti originari). E' detto anche "Figlio delle due Madri", perché nasce dallo sfregamento di due bastoncini di legno, che alla sua nascita subito divora.

In Occidente, il fuoco (ignis) sacro era mantenuto sempre acceso dalle Vestali nei tempi dell'antica Roma, gli antichi Greci durante le migrazioni recavano seco il sacro fuoco di Hestia.

In alcuni inni del Rgveda viene talvolta identificato con il Dio Rudra, che diverrà poi il successivo Shiva. Attualmente in India non esistono culti rilevanti che facciano Agni centrale nella loro devozione, ma nonostante questo continua ad essere considerato un aspetto importante del Divino, specialmente nella sua natura di luce. Agni assume molta importanza in tutti gli altri culti, specialmente durante le cerimonie che prevedano l'uso del fuoco e considerato che quasi tutte le cerimonie si concludono con un'oblazione di fuoco e che le stesse icone vengono venerate attraverso l'offerta del fuoco sacrificale, si comprende la sua importanza. Esiste poi una classe sacerdotale di bramani, gli Agnihotri, che lo invoca specificatamente in molte cerimonie.

In alcuni culti Shakta dell'India (che adorano l'aspetto energetico della manifestazione, personificato nella consorte di Shiva o nello stesso Shiva), Agni è associato alla kundalini, considerato come l'energia di Shiva, la coscienza transcende la molteplicità. Nell'Illuminazione, kundalini è completamente desta e la persona, non più individuo, è identico a Shiva, nella pienezza di tutti i suoi attributi divini che si manifestano attraverso l'ananda (beatitudine).





ANNAPURNA

Dea induista del pane quotidiano e del nutrimento. Epiteto di Parvati, moglie di Shiva. Il saggio Narada le insegnò come persuadere il popolo a donarle offerte di cibo così che, quando Shiva tornò a casa affamato lei potè soddisfarne l'appetito. Il dio le fu talmente grato che l'abbracciò fino a diventare un solo essere con lei (Ardhanarishvara). Annapurna ha dato il nome a una delle montagne più alte del mondo, che con i suoi numerosi torrenti nutre i campi e i pascoli delle valli sottostanti. Il suo simbolo è il cucchiaio.





BALARAMA

Fratello maggiore di Krishna, settima incarnazione di Vishnu. Vishnu prese due capelli, uno bianco e uno nero, dalla sua chioma, e creò col nero Krishna (raffigurato, infatti, con la pelle azzurra) e col bianco Balarama. Quest'ultimo sfuggì al tiranno di Mathura, Kansa, che ne voleva la morte. Divenuto adulto, uccise il demone Dhenuka e aiutò Krishna a sconfiggere e uccidere Kansa. Balarama insegnò l'uso della mazza ferrata a Bhima e Duryodhana. che si preparavano alla guerra di Kurukshetra, descritta nel Mahabharata. Gli emblemi di Balarama sono il vomere Hala e il pestello Musala: egli era infatti considerato il dio degli agricoltori, mentre Krishna era il gopala, il pastore di buoi.





BRAHMA

Personificazione del supremo Brahman, è il creatore dell'universo e membro, insieme a Shiva e Vishnu, della Trimurti indù, triade divina di formazione postvedica.

Benché l'attività creatrice sia stata attribuita a diverse divinità nel periodo vedico più antico, nell'epoca dei Brahmana (un genere di letteratura vedica interessata al dogma e al rituale, ma ricca anche di riferimenti mitici e speculazioni filosofiche) il dio padre, Prajapati (l'epiteto vedico di Brahma), appare l'unico creatore; nella Manu Smriti o Leggi di Manu si afferma che Brahma, già autonomamente esistente, crea il mondo dall'uovo cosmico e la sua esistenza si protrae per un tempo così lungo da non essere paragonabile alle grandezze concepibili dall'uomo.

Le tradizionali rappresentazioni indù di Brahma lo raffigurano nato da un loto che spunta dall'ombelico di Vishnu e dotato originariamente di cinque teste, una delle quali viene tagliata da Shiva. Sua sposa è Sarasvati, la personificazione dell'eloquenza, la dea del sapere e delle arti che costituisce una delle numerose personificazioni della Grande Dea. Nell'attuale religione indù Brahma svolge un ruolo di secondo piano: Vishnu, Shiva e la stessa Sarasvati vengono venerati più diffusamente di questo dio.





BUDDHA

Buddha Gautama (Kapilavastu, attuale Nepal 563 ca-486 ca. a.C.), fondatore del buddhismo. Il suo patronimico, nome del Buddha storico, è Gautama, mentre l'epiteto Buddha significa "l'Illuminato, il Risvegliato". Tra le fonti antiche, una cronologia singalese pone l'ultimo nirvana di Buddha circa 218 anni prima della consacrazione del re Aßoka (273 a.C.), mentre le fonti sanscrite e cinesi situano la scomparsa di Buddha un secolo dopo la consacrazione di Aßoka; risulta pertanto arduo separare leggenda e realtà, e collocare storicamente le vicende della vita del Buddha, poiché i resoconti a noi pervenuti non sono attendibili.





DEVA e ASURA

Nella tradizione vedica un gruppo di 33 divinità e demoni che governavano le regioni di cielo, aria e terra, e assistevano l'umanità con i loro poteri benigni. Nella lotta cosmica tra le forze dell'ordine e il caos, ai Deva si contrapponevano i demoniaci Asura. Questo conflitto è rappresentato nel mito che narra che gli dei più potenti sradicarono il monte Mandara, vi avvolsero attorno il serpente Vasuki e lo scagliarono nell'oceano; i Deva tiravano il serpente da una parte, gli Asura dall'altra, finché l'oceano diventò burro. Ne emersero infine il Sole e la Luna, seguiti da Dhanvantari, medico degli dei, che portava l'elisir dell'immortalità.

In un altro mito una battaglia infuriò tra Deva e Asura per centinaia di anni; i Deva furono messi in fuga dal demone bufalo Mahisha, ma si salvarono grazie alla collera diVishnu e Shiva, così violenta da materializzarsi nella forma della divinità Durga, che ebbe la meglio sul bufalo. In numerosi miti gli Asura ottennero l'aiuto di Brahma, che consentì loro, ad esempio, di costruire tre grandi città da cui dominare le regioni di cielo, aria e terra. All'apice della gloria, tuttavia, le città degli Asura furono ridotte in cenere da Shiva e gli stessi Asura vennero scagliati in mare.

Nello zoroastrismo gli Asura, o Ahura, erano associati alle forze del bene sotto la guida del dio supremo Ahura Mazda, mentre i Deva o Daeva svolgevano il ruolo opposto, essendo associati allo spirito del male Arimane.





DURGA

Durga (in Sanskrito: "l'Inaccessibile"), nella mitologia Indù, è una delle molte forme di Shakti, spesso identificata come moglie di Shiva E' molto nota la battaglia in cui sconfisse il demone Mahisasura, dalla forma di bufalo. Secondo il mito, Durga fu creato proprio per questo scopo con le fiamme che uscirono dalle bocche di Brahma, Vishnu, Shiva, e di altre divinità minori. Nacque già adulta e bellissima, nonostante ai suoi nemici si presenta con una forma terribile. Viene raffigurata mentre cavalca un leone o talvolta una tigre, con otto o dieci braccia ognuna delle quali porta una delle armi degli altri dei che glieli cedettero per la battaglia contro il bufalo-demone. La Durga-puja è uno delle festività religiose più importanti che si tengono nell'India del Nord, fra Settembre e Ottobre. Un'immagine speciale della Divinità viene venerata con cerimonie particolari per nove giorni, e poi immersa dopo essere stata portata in processione dai bramani seguiti dalla popolazione.





DYAUS

Il dio indiano del Cielo, padre di Indra. Potrebbe essere assimilato all'Urano della mitologia greca. Sua moglie è Prithivi la terra, dea-madre, identificabile con la Gaia greca. La coppia Dyaus-Prithivi è considerata la genitrice degli dei e degli uomini



DYOTANA

Altro nome di Ushas, dea induista dell'alba e dell'aurora. Figlia del Cielo e sorella del Sole.





GANESHA - GANAPATI

La filosofia relativa al "chi vede" ed alla "cosa vista" è il grande messaggio di Ganapathi, di cui oggi celebriamo l'avvento. Ga sta per Intelligenza (Buddhi), Na per Saggezza (Vijtlana), Pathi per Maestro. Ganapathi, pertanto, è il Maestro della Conoscenza, dell'Intelligenza e della Saggezza. Esiste poi un altro significato rilevante della parola Ganapathi: essa indica che Egli è il Condottiero (Pathi) degli Esseri Celesti (Gana). Egli è anche chiamato Vinayaka, che significa "Colui al di sopra del quale non esistono Maestri". Egli è il Maestro Supremo ed è al di là della condizione dell'assenza di mente. Chi ha domato la mente, non occorre che abbia maestri.

Noi pensiamo alla forma fisica di Vinayaka, con la testa di elefante ed il corpo di essere umano, senza aver compreso questa verità. Ogni volta che la gente intende intraprendere qualche attività, vuole iniziare lo studio della musica o delle belle arti, oppure dedicarsi a qualche ramo dello scibile, offre, prima di cominciare, il proprio culto a Vinayaka. Potenza spirituale (siddhi) ed intelligenza suprema (buddhi)

Egli è anche detto Lambodara, che significa "Guardiano della ricchezza". In questo caso, il termine lakshmi rappresenta ogni ricchezza e prosperità, non solo il denaro, per il quale esiste una diversa divinità, detta Dhanalakshmi, una delle otto Lakshmi. In questo caso, ricchezza significa gioia e beatitudine. A che serve avere tutto il resto se non si possiede gioia e beatitudine?

Ganapathi è Colui che ci dona potenza spirituale ed intelligenza suprema, dette, rispettivamente, siddhi e buddhi. Esse vengono descritte come le Sue due consorti. Poiché Egli è il Maestro della potenza spirituale e dell'intelligenza suprema, viene considerato, in termini terreni, loro marito. Vinayaka non ha desideri, ragion per cui non v'è necessità che abbia moglie e figli.

In questo Paese, viene adorato fin dai tempi più antichi, ma esistono testimonianze storiche che mettono in luce come il culto di Vinayaka fosse diffuso anche in altri Paesi, come la Tailandia, il Giappone, la Germania ed il Regno Unito. L’adorazione di Vinayaka come divinità principale viene menzionata nei Veda e, sia in tali Scritture che nelle Upanishad, si parla del profondo significato di Ganapathi. Anche nella Gayathri si fa a Lui riferimento. Egli è Colui che infonde purezza nel corpo e caccia la paura dalla mente.

Si dice: "Possa Colui che è dotato di zanna spingerci a ciò" (alla meditazione) facendo riferimento alla Sua zanna. Alcune persone, per ignoranza, fanno commenti sulla forma di grosso animale che questa Divinità Suprema possiede e si chiedono come un essere, di dimensioni così mastodontiche, possa cavalcare un topolino, il quale viene descritto come Suo veicolo. Il topolino è simbolo del buio dell'ignoranza, mentre Ganesha rappresenta il fulgore della Saggezza che dissipa le tenebre dell'ignoranza.

Anche l'offerta di cibo che viene fatta a Ganesha ha grande significato, poiché viene preparata con farina di ceci e zucchero grezzo o con pepe e racchiusa in un involucro di pasta; viene poi cotta a vapore senza uso di olio. Si ritiene che questo sia un cibo salutare oltre che squisito, poiché si rifà ai canoni culinari del sistema ayurvedico. Anche i medici moderni riconoscono l'importanza dei cibi cotti a vapore, che raccomandano ai propri pazienti come dieta postoperatoria, poiché essa rende più facile la digestione. Per quanto riguarda lo zucchero grezzo, esso ha la proprietà di regolare la formazione di meteorismo, allevia i disturbi legati agli occhi e previene i disturbi gastrici.

Secondo l'antico sistema tradizionale di celebrazione delle festività, è sempre stata messa in grande risalto la buona salute, come requisito indispensabile per una mente sana e quindi meglio orientata verso il cammino della ricerca spirituale. Per raggiungere i quattro obiettivi della vita umana, cioè Rettitudine (Dharma), Prosperità (Artha), Desiderio (Kama) e Liberazione (Moksha), si dovrebbe possedere un corpo fondamentalmente sano. Se si vuole ottenere ricchezza con mezzi onesti e nutrire desideri che conducano alla liberazione, si deve essere in buona salute. Vinayaka viene anche chiamato Vighneswara, poiché Egli rimuove tutti gli ostacoli che potrebbero intralciare l'azione dei devoti che Lo pregano con sincerità. Gli studenti, quando si recano ad adorarlo, portano con sé i propri libri, affinché tutte le nozioni contenutevi possano da loro essere ben assimilate.

Il significato simbolico della testa di elefante, tipica di Ganesha, deve essere compreso appieno. L’elefante è dotato di profonda intelligenza. Ieri, per esempio, la Sai Gita (l'elefante di Baba) ha cominciato a correre quando ha sentito arrivare la macchina di Swami. Sebbene molte macchine fossero al seguito della macchina di Swami, la Gita è riuscita infallibilmente a riconoscere, dal rumore particolare, "quella" macchina. Questo è il motivo per cui si suole dire "intelligenza da elefante"; di una persona dotata di cervello acuto, si suole dire che possiede l'intelligenza di un elefante. L’elefante possiede il vigore datogli dall'intelligenza.

Esso ha, inoltre, grandi orecchie che gli permettono di sentire ogni minimo rumore. Ascoltare le Glorie del Signore è il primo passo da intraprendere nel sentiero della pratica spirituale e, per fare ciò, bisogna tenere le orecchie ben aperte. Dopo aver udito, è necessario riflettere su quanto si è appreso e poi metterlo in pratica. L’elefante accetta lode e biasimo in modo equanime. Quando ode qualcosa di brutto muove il corpo in qua e in là e si scrolla di dosso le cose indesiderate, mentre trattiene quelle buone.

Solo Vinayaka insegna le lezioni che sono fondamentali per l'umanità: non basta avere una statua da adorare ed offrirle cerimonie di culto per qualche giorno; bisogna invece cercare di diventare maestri di se stessi. Esistono nove sistemi di devozione: ascoltare le Glorie del Signore; cantare la Sua Gloria; pensare al Signore e cantarne il nome; servirlo, mettendosi ai suoi Piedi di Loto; inchinarsi a Lui riverentemente; adorarlo; mettersi al Suo servizio come un servo fa con il proprio padrone; nutrire sentimenti di intima amicizia con il Signore; completo abbandono di sé a Lui. L'elefante sta ad indicare l'unione del primo sistema di devozione con l'ultimo, cioè l'ascolto delle Glorie del Signore ed il completo abbandono a Lui, in modo che tutti gli altri sistemi devozionali intermedi vengano compresi.

L'insegnamento di Vinayaka è incentrato sul sacrificio. Potrete non seguire quanto è contenuto nei Purana, ma non potrete non rilevare i principi fondamentali che, tali Scritture, hanno inteso comunicare all'umanità.

Quando Vinayaka si accingeva a scrivere il Mahabbarata che Gli sarebbe stato dettato dal saggio Vyasa, quest'ultimo pose come condizione che, durante la stesura dell'opera, Vinayaka non si sarebbe dovuto mai fermare, qualunque cosa Vyasa avesse detto. Anche Vinayaka, tuttavia, disse che avrebbe scritto, a patto che Vyasa non interrompesse la sua dettatura. Mentre Vinayaka era intento a scrivere, la Sua penna si ruppe ed Egli non esitò a rompere una delle proprie zanne per poterla usare come penna. Questo è il motivo per cui Egli viene chiamato Ekadanta, che significa "Colui che possiede una sola zanna”. Questo è un esempio illuminante relativo allo spirito di sacrificio che Vinayaka dimostrò per il bene dell'umanità. Ecco perché i Veda proclamano che, solo attraverso il sacrificio, si può ottenere l'immortalità.





GARUDA

Nella mitologia indù, dio uccello, figlio del grande saggio Kasyapa e di sua moglie Vinata. Garuda ("il divoratore") nacque da una delle due uova deposte da Vinata, covata per un migliaio di anni (suo fratello, Aruna, l'alba risplendente, nacque quando l'impaziente Vinata ruppe l'altro uovo dopo soli cinquecento anni).

Garuda compare in molti miti indù, soprattutto in due ruoli: quello di divoratore di serpenti e quello di cavalcatura del dio supremo e protettore del mondo, Vishnu. In termini simbolici, Garuda rappresenta l'ascesa dal piano materiale alla più elevata consapevolezza spirituale. I serpenti che cerca di distruggere (che sono, nel racconto mitico, i suoi stessi cugini) simboleggiano la consapevolezza spirituale in un contesto terreno. Nella credenza popolare, Garuda protegge dai serpenti e divora ogni cosa malvagia.





HARIHARA

HariHara, nell'Induismo è una divinità sincretica che combina i due aspetti del Divino principali, Vishnu (Hari) e Shiva (Hara). L'immagine di HariHara (conosciuta anche come Shambhu-Visnu e Shankara-Narayana varianti dei nomi delle due divinità), inizia ad apparire nel periodo classico, dopo i settarismi che avevano cercato di imporre una sola divinità su tutte le altre, ma nonostante gli sforzi non ha avuto molto successo, tranne che in Cambogia, dove troviamo immagini e iscrizioni che risalgono al VI-VII secolo.

Nell'immagine di HariHara, la parte destra è Shiva, mentre la sinistra Vishnu. Il volto di Shiva è quello del distruttore e con la mano impugna il tridente, trishula; la parte di Vishnu è pacifica, proprio per sottolineare l'aspetto preservatore di questa divinità e in mano porta uno dei suoi simboli. La testa porta mezza della corona di Vishnu e metà dei capelli a crocchia di Shiva, e sulla fronte compare metà del terzo occhio di Shiva.



INDRA

Nell'antica religione dell'epoca vedica, dio dell'atmosfera e della pioggia, signore del cattivo tempo e guerriero celeste. Tra gli dei vedici il più celebrato (oltre 250 inni dei Veda sono a lui dedicati), Indra rappresenta l'avversario più temibile di diverse forze demoniache che impediscono alla pioggia e alla rugiada di fare fruttificare la terra.
La sua sposa è Indrani. Dopo aver ucciso il padre Dyaus, diventa il dio supremo dell'universo. Divinità tutelare degli Arii, è il dio della forza ed il protettore dei guerrieri e dominatori. E' anche chiamato Vritrahan, in sanscrito "L'uccisore di Vritra". Vritra era un demone malvagio in forma di immenso serpente, che impediva alle acque dei fiumi, dei torrenti e anche a quelle dei cieli di scorrere liberamente. Indra lo uccise e liberò i corsi d'acqua, che riportarono la vita sulla terra. Indra rappresenta l'ordine cosmico che sconfigge il disordine universale configurato da Vritra.


Questo mito riflette altresì l'evento delle piogge monsoniche che pone fine ai periodi di siccità. Nel combattimento è accompagnato dai Marut, divinità della tempesta, anch'essi armati di folgore e lance, che annunciano l'arrivo dei monsoni e cantano senza posa le lodi di Indra. Tremendo fu anche la lotta con l'astuto demone Namuci, che riuscì a ridurre Indra all'impotenza mescolando alcool al soma. Il Dio dovette, allora, chiedere aiuto agli Asvhin, gli dei gemelli, e a Sarasvati che lo liberarono dall'ubriachezza, così da rendergli possibile la vittoria sul demone. Indra, nell'antica fase vedica dell'Induismo, occupava il primo posto, accanto a Mitra e Varuna, nel pantheon degli dei; in seguito la sua importanza era destinata a diminuire rispetto agli dei emergenti Vishnu e Shiva.

Diventò un semplice suddito di Vishnu e, conosciuti la paura e il desiderio, rischiò addirittura di perdere l'immortalità. Raffigurato come penitente per aver ucciso il brahmano Vritra, è caratterizzato da una certa ottusità (è lento a comprendere la dottrina di Brahma), e viene spesso battuto da dei ed eroi più recenti e popolari, e anche da certi brahmani in quanto a valore e rigoroso ascetismo. I suoi difetti principali, secondo i Purana, erano l'indulgenza verso i propri appetiti sensuali e l'abuso di una bevanda divina allucinogena, il soma. Alcune leggende antiche narrano che Indra governava Svarga una zona del paradiso indiano; da qui talvolta inviava alcune apsara, ninfe paradisiache, a danzare seducentemente dinanzi a chi riteneva troppo ascetico.

Nell'arte indù Indra è raffigurato nei colori oro o rossiccio, scortato da numerosi servitori divini e, talvolta, dal suo cane, Sarma. Spesso monta il suo elefante celeste Airavata o un cavallo bianco; raffigurato frequentemente con quattro braccia, con una mano regge una saetta (la sua arma), con un'altra maneggia una lancia; con la terza regge una faretra; con la quarta reca una rete di illusioni e un uncino, per ingannare e sorprendere i nemici. L'arco di Indra è l'arcobaleno.





INDRANI

La sposa di Indra, divideva con lui uno dei cieli induisti chiamato Svarga. Dea del cielo, è celebre per la sua pelle dorata e la grande sensualità: per le donne indiane rappresenta un ideale da raggiungere. E' una delle sette Matrika. Altri suoi appellativi sono Paulomi e Aindra.





KAMA

Kama, nella mitologia è il Dio dell'Amore. Durante l'era vedica, impersona il desiderio cosmico, o l'impulso creativo, e per questo viene considerato il primo a sorgere dal caos primordiale, Kama è colui che rende possibili tutte le altre creazioni successive. Negli ultimi periodi viene rappresentato come un giovinetto circondato da ninfe del celestiali che colpisce con frecce che suscitano l'amore.

Il suo arco è fatto di canna da zucchero, e la corda dell'arco da una fila di api. Una volta fu mandato dalle altre divinità a stimolare la passione di Shiva per Rati, interrompendo così la sua meditazione in cima alle montagne. Shiva si arrabbiò bruciandolo col terzo occhio e riducendolo in cenere. Così divenne Ananga (senza corpo), ma altre leggende narrano che Shiva dopo essersi intrattenuto con la moglie, lo riportò in vita.

Il termine kama viene riferito anche riferito ad uno degli scopi della vita umana (purushartha).





KRISHNA
Nella mitologia dell'induismo uno degli avatara, o incarnazione, del dio Vishnu, ma per molti devoti semplicemente il Dio supremo e salvatore universale. Storicamente, numerosi e differenti "culti di Krishna" si diffusero nei secoli, plasmando una divinità dai numerosi aspetti, come Krishna ladro del burro, fanciullo malizioso ma adorabile (legato alla città di Vrindaban, a sud di Delhi) e il Krishna dalla pelle blu, divinità pastorale che suona il flauto.

Significato letterale del nome Krishna: La radice "Krs" esprime l'Esistenza Tutto-attraente, e la parola "na" esprime l'estasi Suprema. La combinazione delle due dà il Nome Krishna, indicante il Parama brhama (la Suprema verità Assoluta, il Dio Supremo)", un'altro nome di Krishna è Syamasundara.
I suoi due aspetti più importanti per la storia dell'induismo, però, sono quelli di protagonista della guerra descritta nel Mahabharata e di dio mandriano, amato dalle pastorelle. Il guerriero Krishna dell'epica del Mahabharata svolge, come auriga dell'eroe Arjuna, il ruolo chiave nel più noto episodio del poema, il "Canto del Signore", o Bhagavad-Gita. Qui egli insegna varie vie di liberazione, ma, soprattutto, si rivela come Dio onnipotente. Dio (Krishna) è quindi l'unico vero attore dell'universo e l'unico possibile oggetto di devozione, che ricambia a sua volta l'amore dei devoti.
La Bhagavad-Gita è probabilmente il più popolare fra i testi indù, ma è particolarmente significativo per i devoti di Vishnu, che indentificano il Krishna della Gita con il loro grande dio. Mentre la devozione (bhakti) raccomandata dalla Gita è di tipo relativamente ascetico, quella legata al Krishna mandriano è intensamente emozionale ed erotica. Questa relazione d'amore tra la divinità e i suoi devoti si esprime nei racconti popolari degli incontri di Krishna con pastorelle (gopi) come Radha. Queste storie diedero origine a una copiosa letteratura, e in particolare ai Bhagavata-purana del IX secolo e al Gitagovinda, "Canto del mandriano" di Jayadeva (XII secolo), diventando anche un argomento prediletto per la rappresentazione artistica e la produzione teatrale.
Due personaggi importanti per quanto concerne gli sviluppi successivi della devozione a Krishna sono il bengalese Chaitanya e Vallabhacaraya, nato nell'India meridionale, entrambi attivi nel XVI secolo. L'attuale movimento degli Hare Krishna, portato in Occidente nel 1965 da A.C. Swami Bhaktivedanta, deriva direttamente dalla scuola di devozione fondata da Chaitanya.





MARUT

Dei induisti della tempesta e dell'atmosfera, sono gli accompagnatori di Indra. La loro genealogia è controversa, ma il più delle volte vengono considerati figli di Rudra-Shiva. Armati di fulmini e tuoni, cavalcando il vento, assistono Indra nelle sue imprese. Portano mantelli e elmetti dorati, sono agghindati con i khadi, grossi anelli portati ai polsi e alle caviglie, tuttora in uso presso le contadine indiane. I Marut sono assimilati ai monsoni, i venti che periodicamente investono con veemenza il subcontinente indiano.





MITRA

Uno degli Adithya della cosmologia induista. Era il guardiano dell'ordine cosmico, insieme al fratello Varuna. Era anche il dio dell'amicizia e degli affari e governava le ore diurne. Intermediario fra gli uomini e gli dei.

In epoca prevedica probabilmente Mitra era un dio molto importante ma con l'avvento degli Indo Ariani passò in secondo piano. Nel RigVeda è sempre presentato insieme al fratello Varuna, che viene detto suo gemello e come lui un Adithya.

Il dio ebbe maggiore importanza in Persia, dove era conosciuto come Mithra e da lì si diffuse fino all'antica Roma, dove veniva chiamato Mithras





PRAJAPATI

Epiteto di Brahma e talvolta di Indra. Più tardi questo titolo fu assegnato a Manu e ai sette Rishi (Angiras, Bhrigu, Daksha, Kashyapa, Narada, Vasishtha e Visvamitra) che in seguito divennero dieci o ventuno, se si segue il Mahabharata. Prajapati è il "signore della creazione", creatore e sostegno dell'universo e degli dei.





RAMA

(Ramachandra) Râma è l’ape che sugge il miele della devozione dal loto del cuore. L’ape divarica i petali del fiore su cui si posa; ma Râma ne aumenta la bellezza e la fragranza. Egli è come il Sole, che con i suoi raggi attira a sé le acque accumulandole in nubi, per poi restituirle in forma di pioggia a placare la sete della terra. Râma, il suono mistico e potente, nasce dall’ombelico, sale fino alla lingua e su di essa vi danza allegramente. La dichiarazione dei Veda, Tat tvam asi, “Quello tu sei”, è racchiusa nella parola Râma, la quale consiste di tre suoni: ra, â e ma. Di questi, “ra” è il simbolo di tat (Quello, Brahman, Dio); “ma” è il simbolo di tvam (tu, il jîvi, l’individuo), e la “â” che unisce i due è il simbolo della loro identità. La parola Râma ha anche un significato numerico: “ra” conta come 2, “â” vale 0, e “ma” conta per 5; per cui, la somma equivalente è 7, numero fausto. Abbiamo le 7 svara (note) della musica e i 7 Saggi celesti; inoltre, recitare continuamente Râma per 7 giorni è ritenuto particolarmente benefico.

Ogni atto ed attore della storia [della vita di Rama va considerata in senso allegorico perché] attrae l'attenzione del lettore e si imprime nella sua memoria perché l'allegoria riguarda personalmente ciascuno di noi.

Per esempio Dasaratha. il Re, rappresenta il corpo umano con i cinque sensi di percezione ed i cinque sensi di azione.Egli aveva tre mogli i tre guna o predisposizioni: Sattva, Rajas e Tamas i cui nomi erano Kausalya. Sumitra e Kaikeyi. Ebbe 4 figli che incarnano i quattro scopi della vita umana: Dharma. (la rettitudine), Artha (la ricchezza), Kama (il desiderio) e Moksha (la liberazione).

Rama è l'incarnazione del Dharma. Gli altri tre obbiettivi possono essere acquisiti solo aderendo fedelmente al Dharma. e i fratelli di Rama, Lakshmana, Bharatha e Satrughna. seguirono le Sue orme.

Per la Sua costante osservanza al Dharma, Rama poteva contare su una forza spirituale straordinaria tanto da essere in grado di maneggiare e tendere il potente arco di Siva, lo Sivadhanus, dando così la prova di aver vinto l'illusione. Janaka, re di Videha. teneva quell'arco in custodia, e cercava l'eroe capace di manovrarlo.Il Videhi. (il re di Videha), il "senza corpo" o "senza la coscienza del corpo" offri sua figlia (la consapevolezza del Brahman) a Rama, e Sita divenne la sua Sposa. Dunque Rama, sposando Sita, "acquisì la suprema saggezza. Da dove era uscita Sita? La storia dice "da un solco della terra" da Prakrithi la Natura. Questa frase dimostra che la conoscenza del Brahman o Brahmajnana implica in modo rilevante, anche la Natura o Prakrithi.

Il passo successivo descrive Rama nella spessa giungla della vita, infestata di attrazioni ed avversioni. La saggezza suprema non può coesistere con la dualità, ma esige la rinuncia dei due opposti aspetti.Rama seguì il cervo d'oro che Sita desiderava e, in conseguenza di quell'errore la Sua saggezza svanì.

Rama (esempio tipico dell'individuo o Jivi) dovette quindi sottoporsi a molte austerità per riguadagnare la suprema illuminazione; perciò secondo la storia raggiunse la vetta del Rsyamuka. dimora del distacco totale. Colà si assicurò due alleati: Sugriva (la discriminazione) e Hanuman (il coraggio). L'alleanza fu siglata da una prestazione di Rama che diede prova della sua lealtà al Dharma sotto ogni condizione, uccidendo Vali, vittima viziosa della debolezza, il quale, detronizzato suo padre, l'aveva costretto a rifugiarsi nella giungla. Si era poi associato con Ravana, il maligno, ed aveva ingiuriato e maltrattato il fratello Sugriva senza alcuna ragione apparente. Vali era caduto cosi in basso a causa delle compagnie che amava frequentare. La sua storia è un ammonimento per tutti. Einstein diceva spesso: "Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei".

Rama insediò Viveka, la discriminazione, sul trono di Vali. Poi con i Suoi alleati, andò in cerca di Sita, la saggezza perduta. E nel Suo cammino. venne a trovarsi di fronte ad un vasto oceano di illusione (Moha).Il Suo alleato Hanuman che aveva una visione serena, non offuscata da desideri né da ignoranza, desiderava soltanto ripetere il nome di Rama e visualizzare la Sua forma; in tal modo riuscì ad attraversare felicemente e con sicurezza l'oceano.

Rama raggiunse l'altra sponda, uccise Ravana (incarnazione delle qualità rajasiche, passionali, impulsive) e suo fratello Kumhhakarna (incarnazione dell'aspetto tamasico negativo e distruttivo). Riuscì cosi a ricuperare Sita (la conoscenza suprema) e ritornò con lei ad Ayodya la città inespugnabile. sorgente e fonte della saggezza). Il viaggio dell'anima si conclude con la sua apoteosi. Questo che vi ho descritto è il Ramayana (la storia di Rama) che ogni aspirante dovrebbe tenere presente. Ayodya è il cuore, Dasaratha è il corpo, i Guna sono le mogli, i Purusharta sono i figli, Sita è la saggezza. Per avere la saggezza è indispensabile purificare quei tre strumenti: il corpo la parola e la mente.

Hanuman è l'esempio luminoso dell'anima realizzata. Quando egli si presentò a Rama per offrirgli i suoi servigi, Rama si rivolse a Lakshmana dicendo:

"Ascolta fratello, vedi come Hanuman conosce a fondo i Veda. La sua parola è satura dell'umiltà e della dedizione impersonate dal Rg Veda, del riguardo e del rispetto espressi dallo Yajur Veda e dalla visione intuitiva che il Sama Veda trasfonde. Hanuman conosce tutti i testi sacri ed è un autentico devoto. Sugriva è fortunato ad avere come ministro Hanuman, i cui pensieri, parole e azioni sono offerte fatte a Dio".

Quando questi tre atti sono in perfetta armonia, si ottiene la Grazia di Dio come la ottenne Hanuman. Rama è il Dharma. Sugriva incespicò in questa disciplina e non mantenne la parola data: non organizzò le sue truppe sebbene la stagione delle piogge fosse terminata.

Così Lakshmana sfogò la sua ira contro l'ingratitudine e l'iniquità da lui mostrate. "Non potrai mai purificarti dal peccato di ingratitudine e di violazione dei patti; la tua condotta è talmente reprensibile che persino gli avvoltoi rifiuterebbero di cibarsi del tuo cadavere". Quando il colpevole cadde ai piedi di Rama cercando il perdono, Rama disse: "Lakshmana! Sugriva. accecato dall'orgoglio, dal potere e dall'ignoranza era felice e sicuro sul suo trono. Solo la miseria può aprire gli occhi alla gente sui valori che furono trascurati. Egli si era aggrappato alle cose temporanee e futili che intossicano l'uomo. Come può una tale persona seguire il sentiero del Dharma?"

Anche Hanuman era andato da Sugriva e gli aveva consigliato di pentirsi e riabilitarsi con la rettitudine e la riconoscenza. È indispensabile ammettere i propri errori e porre rimedio alle inevitabili conseguenze con una sincera autocritica e col pentimento. Si dice spesso che Rama abbia sempre seguito il Dharma ma non è esatto. Egli non fu un seguace del Dharma: Egli era il Dharma ! Ciò che pensava, diceva e faceva era Dharma, il Dharma eterno! La recitazione e l'ascolto del Ramayana può fare di una persona un vero esponente del Dharma: tutti i suoi atti - pensieri, parole, azioni saranno improntati a quell'ideale.





RUDRA

Divinità induista dell'epoca vedica che presiedeva alle tempeste e si opponeva in ciò a Varuna, personificazione del cielo sereno. Tra tanti dei vedici benefici, Rudra "l'ululante, il terribile" rappresenta l'aspetto collerico e distruttivo della divinità. Padre dei Marut e dei Rudra. Questi ultimi non sono altro che la manifestazione molteplice della sua forza distruttrice: essi diffondono ovunque epidemie, catastrofi, eventi delittuosi. L'origine di Rudra è controversa: alcuni ne fanno il figlio di Manyu, "il furore", altri di Prajapati. Secondo una tradizione diffusa, Prajapati, il creatore, avrebbe desiderato dei figli.

Praticò pertanto un severo ascetismo e riuscì a produrre cinque creature: Aditya (il sole), Agni (il fuoco), Candramas (la luna), Vayu (il vento) e Ushas (l'aurora). Ushas si trasformò in una ninfa, si presentò di fronte ai propri fratelli e iniziò a danzare alla loro presenza. Dal seme che essi produssero nell'eccitazione di quella visione nacque Rudra, essere dai mille occhi e dai mille piedi, nato pertanto dall'incesto di Ushas con i suoi fratelli.

Rudra vive sulle montagne e nelle foreste, preferendo i luoghi isolati, dove gli uomini sono colti dall'angoscia all'idea di incontrarlo. E' armato di frecce, che infliggono malattie e rovina, ma viene considerato anche un grande guaritore. Gli aspetti benefici di Rudra verranno assimilati da Shiva col quale sarà identificato in epoca post-vedica.



SHIVA - NATARAJA

Shiva fra le deità del pantheon indiano è una delle più importanti, più antiche e più complesse. Trattare questa immagine del Divino in maniera esauriente è estremamente difficile, perché nei diversi culti assume diversi significati o aspetti. Pertanto se venisse trattato in maniera univoca vedremmo una serie di aspetti spesso in mutua contraddizione.
In realtà la figura di Shiva è così importante in tutti i culti che riveste in ognuno di essi un'importanza non secondaria, portando quindi le diverse connotazioni in una analisi generale. Egli è insieme il distruttore e il restauratore, il primo degli asceti e il simbolo della sfrenata sensualità che turba le mogli degli asceti della foresta, è un benevolo pastore di anime e un pericoloso tentatore, è l'infanticida che uccide il figlio che la moglie Parvati ha creato dagli umori del proprio corpo, affinché ci sia qualcuno che tenga lontani i disturbatori, ma è anche quello che lo risuscita, una volta compreso l'errore, donandogli al testa di elefante e così la sapienza.


Alcuni studiosi hanno visto nella sua figura la tipica tendenza nell'Induismo di racchiudere in un'unica figura ambigua delle qualità complementari. In realtà come abbiamo spiegato nella presentazione del Pantheon indiano, essendo mancato nella storia indù un potere insieme religioso e temporale che sterminasse gli avversari, nessuno ha mai stabilito quale fosse il canone del Divino e delle sue forme. Per trattare questa figura, la cosa migliore è trattarne gli aspetti principali uno per uno.



Simbolismo

La cavalcatura di Shiva, nonché l'animale a lui dedicato è il toro, Nandi. In ogni tempio di Shiva, di fronte al santuario principale, esiste una scultura di Nandi. Di solito nei templi e negli altari domestici, Shiva è adorato nella forma del lingam. A seconda del culto in cui viene rappresentato Shiva, nella sculture e nelle immagini, è di color bianco o del biancastro colore delle ceneri, con il collo blu (perché bevve il veleno di Vasuki per evitare la distruzione dell'umanità). I suoi capelli sono arrotolati e raccolti (jatamakuta) sulla somità del capo, adornati con la luna crescente e il fiume Gange (per ricordare come attenuò la caduta del Gange sulla terra). Ha quattro o cinque o tre occhi, con il terzo a simboleggiare la conoscenza interiore, ma capace di distruggere col fuoco ogni cosa quando rivolge o sguardo verso l'esterno. Gli Shivaiti lo raffigurano con la fronte solcata da tre linee orizzontali. Indossa una ghirlanda di crani umani e un serpente circonda il suo collo. Ha due o quattro mani che impugnano un tridente, un piccolo tamburo, una pelle di daino, un mazza con un cranio all'estremità, un'ascia o un fulmine. Talvolta indossa dei serpenti come bracciali.
Shiva rappresenta nei vari culti vari aspetti del Divino attraverso molteplici forme: lo vediamo in un pacifico ambito familiare con la consorte Parvati e il figlio Skanda; come danzatore cosmico (Nataraja); come asceta nudo e solitario, come mendicante; come yogi; come unione androgina con la sua consorte in un unico corpo, mezzo femminile e mezzo maschile (Ardhanarishvara). Viene spesso identificato con la Divinità vedica Ruda: il Terribile. Egli è anche Hara ("Colui che ottiene", cioè il tempo, o Bharava: "lo Spavento" dai sessantaquattro aspetti. Gli epiteti più diffusi per indicarlo sono: Shambhu ("Benigno"), Shankara ("Benefico"), Pashupati ("Signore degli Animali"), Mahesha ("Grande Signore"), and Mahadeva ("Signore Supremo").



Shiva - Shakti

Come molteplici sono le forme di Shiva, così molteplici sono le sue divine consorti, specialmente se consideriamo i Purana. Esse rappresentano la potenza del determinato aspetto che di volta in volta Shiva incarna. Abbiamo così Uma, la benefattrice; Sati, la sposa che si getta nel fuoco durante il sacrificio officiato dal proprio padre, Daksha, reo di avere escluso Shiva dai sacrifici per il suo aspetto dimesso e da asceta; Parvati, figlia dell'Himalaya; la nera Kali, la distruttrice; la Bhairavi e Durga . Spesso viene indicata come sua consorte l'aspetto supremo femminile del Divino, Shakti. La coppia divina, insieme ai figli (Skanda dalle sei teste e Ganesha dalla testa di elefante), vive sul Monte Kailasa nel massiccio dell'Himalaya. Da Sati venne l'uso del "suicidio" rituale delle vedove che venivano immolate dai parenti del marito sulla pira funeraria del consorte, spesso perché la moglie poteva distogliere parte del patrimonio familiare sposando un altro uomo, o tornando presso la propria famiglia e conducendo con se la dote originaria.



Proto-Shiva

Nei famosi sigilli trovati negli scavi archeologici di Moenjodaro, uno ha colpito l'attenzione degli archeologi perché si ritiene che raffiguri l'immagine di un proto-Shiva circondato da animali.



Shivaismo

Lo Shivaismo è uno dei principali culti indiani e Shiva in tale ambito viene considerato anche il Signore Supremo, in ambito metafisico, col termina Shiva si indica la stessa Realtà Assoluta a sinonimo di Brahman. Nell'ambito della Trimurti, il Dio persona (Iswara), Shiva è il principio dissolutore, mentre Vishnu è il principio di mantenimento e conservazione, mentre Brahma è i principio creatore (distinto dal Brahman inteso come Realtà Assoluta).



Shiva - Shankara

L'intervento positivo di Shiva nel mondo manifesto, per uno Shivaita è continuo. Mentre i culti Vaishnava (i culti di Vishnu) prevedono la venuta diretta di Vishnu nel mondo attraverso delle incarnazioni divine che possono avere o meno la pienezza dei poteri solitamente appartenenti alla Divinità stessa, nello Shivaismo il guru stesso che dona l'iniziazione e l'upadesha (insegnamento) è una incarnazione di Shiva. Shiva è presenza attiva nella vita del devoto e dell'aspirante. Nella mitologia generale, Shiva come aspetto della trimurti è noto come aspetto positivo per l'episodio che lo fa raffigurare con la gola blu e che ha portato all'epiteto di Nilakantha che significa proprio "gola blu".
Il colore bluastro viene attribuito anche ad una delle più adorate incarnazioni divine (avatara) di Vishnu: Krishna. In alcune immagini l'intero corpo di Shiva viene raffigurato di colore bluastro. Alcuni studiosi associano la colorazione al fatto che i culti di Shiva e anche Krishna fossero comunque prevedici e precisamente dravidici, e pertanto fossero raffigurati con il colore scuro della pelle. E' lo stesso principio per cui il palestinese Gesù Cristo è stato rappresentato per secoli con la carnagione chiara, gli occhi chiari e i capelli castani se non biondi.


La gola di Shiva divenne blu in occasione della sconfitta dei Deva da parte degli Asura. Normalmente col termine Deva si intendono gli Dei, mentre col termine Asura vengono indicati i demoni. In realtà inizialmente gli Asura erano anch'essi degli Dei, ma appartenenti al periodo prevedico e durante il Bramanesimo furono trasformati in entità negative dal clero. Lo stesso termine "demone" aveva durante il periodo classico ellenico in Occidente era tutto fuorché un ente negativo. Fu trasformato a simbolo del male dal cristianesimo per cercare di debellare ogni preesistente culto, nell'opera di attento sterminio delle Divinità delle popolazioni conquistate al sorgente culto semitico. Alcuni sostengono che lo stesso Shiva in realtà all'inizio appartenesse agli Asura, e dato che la sua enorme diffusione ne rendeva impossibile la sradicazione, fu portato al rango di divinità principale.


Dopo la sconfitta degli Dei, questi si rivolsero al Divinità creatrice, Brahma affinché fosse ristabilita la pace, questi li indirizzò da Vishnu, l'aspetto conservativo, che stabilì la pace e propose di aiutarli a conquistare l'amrita, la bevanda dell'immortalità. Per recuperare la coppa contenente l'amrita, si decise di battere il mare di latte primordiale con un zangola. Come bastone della zangola fu usato il monte Mandara e in luogo della corda il serpente Vasuki fu avvolto attorno al monte Mandara. Vishnu prese la forma di una tartaruga gigantesca per portare il monte in fondo al mare di latte. Gli Dei e gli Asura presero il serpente rispettivamente per la testa e per la coda e iniziarono a tirare. Il monte Mandara iniziò a zangolare il mare di latte, quando all'improvviso Vasuki, tirato da una parte e dall'altra, vomitò un fiotto di veleno, così abbondante da sembrare un torrente e rischiando di sterminare tutti gli Dei. Il getto colpì la mano di Shiva che lo raccolse e lo ingoiò tutto, rimanendo sulla sua gola un segno bluastro. In quell'occasione dal mare uscirono Airavata, l'elefante bianco cavalcatura di Indra; il rubino Kaustubha che orna il petto di Visnu; la vacca Kamadhenu, simbolo dell'abbondanza; la bellissima Lakshmi circondata dalle Apsara, le divine cortigiane; Dhavantari, il dio dalla pelle scura che portava la coppa contenente l'amrita.



Shiva - Linga

Il linga o fallo, è il simbolo per eccellenza di Shiva, venerato come emblema dell'energia creativa. Il linga è il maggior oggetto di venerazione nei templi Shaiva e domestici in giro per l'India. Le raffigurazioni antropomorfiche di Shiva sono meno venerate. La yoni, che è il simbolo dell'organo sessuale femminile (e quindi della Divinità Suprema femminile Shakti, consorte di Shiva), spesso costituisce la base del linga eretto. I due vengono venerati insieme per ricordare ai devoti che il principio maschile e quello femminile sono comunque inseparabili, e che solo insieme possono rappresentare la totalità della manifestazione nel molteplice. Molti studiosi sostengono che il culto del linga fosse già in uso dalle popolazioni non ariane in India sin dall'antichità così come in uso in occidente, ne troviamo ampie tracce nei culti etruschi e presso le antiche popolazioni della Sicilia; nei siti archeologici della cultura Arappa sono stati trovati dei corti pilastri cilindrici dalla sommità rotondeggiante. Sembra che gli Ariani Vedici, siano stati contrari la venerazione dei linga, ma i riferimenti della letteratura e dell'arte mostrano come fosse stabilmente diffusa nel I e II secolo AD. Il passaggio da una forma con un realismo fallico ad un simbolismo convenzionale è datato nel periodo Gupta.


La venerazione del linga viene officiata attraverso l'offerta di fiori freschi, acqua pura, infiorescenze, frutta, foglie e riso essiccato al sole. Gli officianti pongono particolare attenzione alla purezza delle offerte e alla pulizia personale degli officianti. Esistono diversi tipi di linga: gli svayambhuva linga sono quelli naturali che sono venuti in esistenza all'origine dei tempi (svayambhuva significa auto-originati), in India ne sono venerati circa una settantina; i linga sono possono essere fatti a mano con i materiali più svariati, in legno di sandalo, in argilla per riti particolari in cui possono venire distrutti, ma anche elaborati, in legno metallo, pietre preziose, pietra. Esistono dei precisi canoni di scultura che descrivono le precise proporzioni per l'altezza, lo spessore e la curvatura superiore. Esiste poi il mukhalinga che è scolpito raffigurando da una a cinque delle facce di Shiva sui lati o sulla sommità. Un altro linga molto comune nell'India del Sud è il lingodbhavamurti, che mostra Shiva che emerge dal linga. Questo linga fa riferimento al mito shivaita, molto diffuso nel Sud, che narra come un giorno Vishnu e Brahma discutessero su chi dei due fosse il più grande. In quel momento apparve un enorme pilastro (in alcuni racconti si tratta di una colonna di luce) e una voce affermò che il più grande sarebbe stato colui che avrebbe trovato la fine del pilastro. Brahma prese la forma di un cigno e volò in alto alla ricerca della sommità, Vishnu prese la forma di un cinghiale e iniziò a scavare con lo stesso scopo. Ma per quanto faticassero il pilastro era senza fine. A quel punto dovettero ammettere che Shiva, fattosi nel frattempo riconoscere, era il più grande.



Shiva - Nataraja

Il culto di Nataraja, così come tutti gli altri, ha due significati, uno essoterico che ricorda la vittoria sul demone Tripura e la selvaggia danza (la Tandava) che Shiva fece sul suo corpo. Ma insieme questo episodio ha un altro significato, esso rappresenta l'intera ciclicità della manifestazione. Viene immaginato danzante nell'eterno presente, è la sua danza che manifesta l'universo, lo preserva e lo dissolve, e all'interno di questo ciclo Shiva manifesta anche il ciclo samsarico, dove i singoli jiva discendono sino alla definitiva liberazione. Vediamo come lui è il centro, la sorgente di ogni movimento nel cosmo (rappresentato dall'arco di fiamme). Lo scopo stesso della danza è la liberazione dell'uomo dall'identificazione col mondo della percezione (ignoranza metafisica o avidya), e il luogo dove questa danza deve compiersi, Chidambaram, chiamato il centro dell'universo, è proprio il cuore, il centro dell'uomo, la sua interiorità.

I gesti della danza di Nataraja simboleggiano le cinque attività di Shiva (pañcakrtya): la creazione è rappresentata dal tamburo, la protezione dal gesto di rassicurazione della mano, la distruzione dal fuoco, l'incarnazione del jiva nel mondo dal piede saldo in terra, e infine la liberazione dal piede sollevato.
Nei templi Shaiva dell'India del Sud è rappresentato in metallo o in pietra (sono famosi i bronzi del periodo Cola del X-XI secolo AD), con quattro braccia e con i capelli all'aria mentre balla su un nano, Apasmarapurusa, che è il simbolo dell'ignoranza umana (purusa significa "uomo", mentre apasmara privo di memoria o sordo) .

La mano destra inferiore di Nataraja regge il dammaru (un piccolo tamburello), la mano destra superiore è nella posizione del abhaya-mudra (il gesto di rassicurazione, con il palmo in fuori e le dita che puntano in alto). La mano sinistra inferiore regge il fuoco, agni, in un piccolo contenitore o direttamente nel palmo della mano. Mentre la mano sinistra superiore attraverso il petto nella posa gajahasta (busto di elefante), con il polso molle e le dita puntate verso il basso in direzione del piede sinistro alzato. Le ciocche dei capelli di Nataraja sono proiettati verso l'esterno nella violenza della danza e si confondono con figure che rappresentano il Gange (il fiume Gange è una divinità femminile), dei fiori, un teschio e la luna crescente.

La sua figura è circondata da un anello di fiamme, il prabhamandala. Questa forma di danza, che è la più comune forma di rappresentazione di Nataraja, è chiamata, nei classici trattati sanscriti sulla danza, bhujangatrasa (tremore del serpente).

Le sculture e le immagini rappresentano Shiva anche in altre danze, la selvaggia tandava che balla sui campi di cremazione insieme alla moglie Devi, e la danza serale che Shiva effettuava sul Monte Kailasa, prima dell'assemblea degli Dei, alcuni dei quali lo accompagnavano con vari strumenti.





SKANDA - KARTTIKEYA - KUMARA - SUBRAHMANYA



E' il dio della guerra e il primogenito di Shiva. Ci sono diverse leggende intorno alla sua nascita. Kalidasa (IV-V Secolo AD) nel suo poema Kumarasambhava (La nascita del Dio della Guerra), suppone che gli dei auspicavano la nascita di Skanda per distruggere il demone Taraka, cui era stato garantito che poteva essere ucciso solo da un figlio di Shiva. Il problema era che Shiva era ormai da tempo immerso nella meditazione profonda e a nulla valevano i tentativi di Parvati di sedurlo e distrarlo dalla meditazione, almeno sino a quando Kama, il dio dell'amore, non lo trafisse con una freccia dal suo arco. Dopo i molti anni di astinenza il seme di Shiva era così forte che gli dei temevano il risultato, e altre fonti narrano che arrivò a colpire il fuoco (da qui il nome Skanda che significa, in sanscrito, "Getto di Seme").

Un'altra tradizione narra che Skanda era stato allevato (o addirittura ne era figlio) delle Krttikas, sei mogli di famosi rishi (saggi), che come stelle costituiscono la costellazione delle Pleiadi, da qui l'epiteto di Karttikeya. Le sei facce di Skanda si svilupparono affinché potesse suggere il latte contemporaneamente da tutte e sei le nutrici. Le leggende ci tramandano anche il suo rapporto con Parvati, con cui viene spesso ritratto nelle immagini pittoriche e scultoree, talvolta insieme al fratello minore, Ganesha.

Viene chiamato anche Kumara (in sanscrito: giovane, ragazzo), perché non si è mai sposato e nello Yoga rappresenta il potere della castità. Ha una potenza enorme e guida le armate degli Dei, quando egli conficca la sua lancia nel suolo, nessuno può estrarla tranne il Dio Vishnu e le montagne e i fiumi tremano al suo cospetto.

Nell'India del Sud, dove all'origine erano noto come Murugan, prima di essere unificato con lo Skanda del Nord, ha un vasto seguito sotto il nome di Subrahmanya (caro ai Bramani); i suoi templi si trovano in ogni villaggio, anche il più piccolo.

Nella iconografia, Skanda è rappresentato sia con una che con sei teste, impugna una lancia o arco e freccia, e anche si accompagna o cavalca la sua cavalcatura, il pavone.





SURYA

Il dio induista del Sole. E' uno degli Aditya, figlio di Aditi, dea del cielo e di Dyaus, dio-padre. Surya si muove nei cieli su un carro d'oro trainato da un cavallo a sette teste (Etasha), che simboleggia i sette giorni della settimana, e guidato dal cocchiere Aruna, "il rosso". Surya ha in testa la corona dorata del disco solare ed in mano il loto e la conchiglia, o la chakra (ruota). Sua moglie è Ushas, dea dell'alba, e i suoi due figli gemelli, gli dei Ashvin, che precedono il padre sul loro carro dorato, come i primi raggi mattutini precedono il sole nascente.

Secondo un'altra versione del mito, moglie di Surya è Sanjna o Saranyu. Esasperata dal troppo calore emanato dal marito, Sanjna creò una dea gemella, Chaya (l'Ombra) per poter sfuggire al consorte. Ritiratasi in una foresta e trasformatasi in giumenta, fu comunque raggiunta dal marito in forma di stallone.

Un figlio di Surya, Vaivasvat, è il primo uomo della attuale era; il figlio di Vaivasvat, Ikshvaku, è il capostipite della Razza solare (Suryavansa), alla quale appartiene Rama, mentre Krishna è della Razza lunare (Chandravansa). Altri nomi di Surya sono: Mitra (l'amico), Bhaga (il distributore di ricchezza), Pushan (il benefattore),Savitri (il genitore), Vivasvat (padre dell'umanità), Arhapati (signore del giorno), Bhaskara (creatore della luce), Gabhastimam (padrone dei raggi), Dinakara (creatore del giorno) In tutta l'India sono presenti numerosi templi dedicati al sole, uno dei culti più antichi dell'umanità. Il tempio più famoso è quello di Konarak, nei pressi di Puri.





USHAS

Dea induista dell'alba e dell'aurora. Figlia del Cielo e sorella del Sole. E' anche dea della poesia e a lei sono dedicati alcuni degli inni più poetici dei Veda. Viene anche chiamata Dyotana "colei che porta la luce".





VARUNA

Varuna è una delle più antiche divinità dei pantheon induista.
Celebrato soprattutto nei Veda e corrispondente al dio greco Urano, Varuna fu certamente una divinità celeste poiché è spesso associato a Mitra, il sole. Mentre quest'ultimo rappresenta la benevolenza. l'equilibrio, l'aspetto benefico della divinità, Varuna incarna il volto violento e coercitivo di essa. I suoi attributi e le sue funzioni, ampiamente documentate nel Rigveda, sono di ordine cosmico ed etico, in quanto egli è ritenuto costruttore e sovrano di tutti i mondi, custode dell'ordine universale, testimone vigile delle azioni degli uomini e signore del loro destino.


Varuna è altresì colui che rimette i peccati e accoglie nell'aldilà le anime dei giusti, insieme al dio della morte Yama. Nella letteratura dei Purana, Varuna è posto in relazione con le acque ed è il sovrano degli animali acquatici: è raffigurato, talvolta, con un cappuccio formato da un cobra, a guisa di ombrello e munito di un laccio, simbolo del vincolo che tiene prigionieri i peccatori. Il suo animale preferito è la tartaruga, che rappresenta la stabilità. La relazione di Varuna con le acque dei Fiumi e dei mare può suggerire un richiamo al dio occidentale Poseidone-Nettuno.

Varuna è meno onorato di Indra negli inni vedici; eppure questo dio, che non è più un uomo, è il dio sovrano del pantheon indiano primitivo; le leggende ne fanno, con Mitra, al quale è quasi sempre associato, uno dei figli della dea Aditi, il cui nome significa «esempio di legami» e che si interpreta spesso come una rappresentazione concreta dell'infinito (o più esattamente dell'indefinito).

Viene spesso raffigurato come un uomo bianco che cavalca un mostro marino, il makara, e che tiene in mano una corda a nodo scorsoio (Varuna il Giustiziere); ma i caratteri antropomorfici sono rari e il culto di Varuna è stato considerato da numerosi storici delle religioni, come un segno precorritore del monoteismo.
Varuna è il creatore e il sovrano (rajià) dell'Universo; egli possiede la maya, cioè la potenza magica di agire su ogni cosa, è Padrone del Mondo, un asura; è lui che mantiene l'ordine generale delle cose, il rita, è lui che castiga i colpevoli e ricompensa i buoni, che regola sia il movimento degli astri, sia quello delle acque; i venti sono prodotti dal suo soffio ed egli spia tutta la creazione con i suoi occhi: le stelle. É infine Varuna, che collegato alla Luna, serbatoio della soma, controlla questa bevanda divina e regna, con Yama, sull'impero dei morti posto proprio sulla Luna.

Si è tentato di ravvicinare questo dio creatore, conservatore e giustiziere, al dio supremo delle religioni a tendenza monoteista; sembra però che non possa essere assimilato al dio dell'antica Persia predicato da Zoroastro: Ahura-Mazda. Si è voluto anche accostare Varuna ad Urano, il dio greco.





VAYU

Dio induista del vento e dell'aria. Nei Veda è associato a Indra, mentre spinge la truppa dei Marut, gli dei della tempesta e dei monsoni. Vayu è anche il dio dell'alito divino che fa respirare e vivere il mondo. E' inoltre il padre del dio delle scimmie Hanuman e di Bhima, uno dei principi Pandava, protagonisti del Mahabharata. Viene raffigurato mentre guida il carro volante di Indra, trainato da migliaia di cavalli fiammeggianti. Il suo veicolo è l'antilope e reca spesso con sé una rosa dei venti e un vessillo, simbolo degli attributi atmosferici, o tiene amorevolmente in braccio il figlio Hanuman. Divinità dal carattere violento, che verrà ereditato dal figlio Bhima, ebbe uno screzio con Indra e dal diverbio che ne nacque si staccò un pezzo del monte Meru, che andò a formare l'isola di Sri Lanka.





VISHNU

L'"onnipervadente", una delle tre grandi divinità dell'induismo insieme a Shiva e Brahma. Divinità degli spazi, Vishnu è diventato il centro dell'attenzione di molte sette di devoti (vaishnava) dalle molteplici credenze e pratiche.


Inizialmente Vishnu era una divinità minore (nei Veda è fratello di Indra). Nei Purana Vishnu assume maggiore importanza: fedele al suo ruolo di conservatore, si dice intervenga nel mondo quando l'ordine universale è minacciato per ristabilire il dharma (l'ordine delle cose) e salvare i propri devoti manifestandosi nelle sue incarnazioni o "discese" (avatara) che secondo la tradizione possono essere quattro, sei, dieci, ventidue o teoricamente infinite. Si pensa attualmente che esse siano dieci: Matsya (pesce), Kurma (tartaruga), Varaha (cinghiale), Narasimha (uomo-leone), Vamana (nano), Parashurama (Rama con l'ascia), Rama, Krishna, Buddha e Kalki (l'incarnazione ventura).


La presenza del Buddha in questo elenco mostra come il concetto degli avatara sia stato usato per sincretizzare il culto di Vishnu con altri culti; inoltre le infinite possibilità di manifestazione di Vishnu garantiscono che il dio continuerà a trasformarsi assimilandosi e integrandosi con le divinità locali. Oltre alle loro specifiche discese, tutti gli avatara sono contemporaneamente presenti, e restano così disponibili ai fedeli; per questo tutti i templi vaishnava sono dedicati a specifiche forme del dio.

Il Visnu vedico. Divinità minore della religione vedica, Visnu è tuttavia presentato nel Rig-Veda come l'alleato di Indra e il «salvatore degli dei». Questi sono combattuti, con successo, dai demoni comandati dal gigante Bali; Visnu, sotto la forma di un nano, stringe con Bali il seguente patto:
Lo spazio riservato agli dei sarà compreso, gli dice, fra tre dei miei passi; il resto del mondo ti apparterrà.
Il gigante accetta e Visnu varca il cielo con il suo primo passo, la terra con il suo secondo passo e gli inferi con il suo terzo passo. Da questo il soprannome di Visnu: Trivikrama (Visnu dai tre passi).
• Visnu nell'induismo. Il culto di Visnu si sviluppò nelle regioni indiane in riferimento a due incarnazioni (avatara) già note alla religione vedica: Krisna e Rama.
Sembra oscura la ragione per cui Visnu sia diventata una figura di primo piano proprio nella religione induistica, seppur conosciuta dalla letteratura vedica. É evidente, invece, come il processo storico-religioso indiano abbia favorito l'accrescere progressivo dell'ascendenza mistica di questa divinità.
Come abbiamo accennato, il culto di Visnu risulta dall'adorazione di Krisna e Rama. La figura di Krisna va considerata sotto due aspetti: quello mitologico e quello di un personaggio realmente esistito.
Krisna, dunque, sarebbe stato un principe dei Yadawa, abitatore della regione ad ovest del fiume Yammà. Dopo la morte, egli sarebbe divenuto oggetto di venerazione da parte del suo popolo, e sarebbe stato considerato come incarnazione di Vasudeva, divinità popolare che venne poi identificata con Visnu. Se consideriamo Krisna sotto l'aspetto mitologico, allora è da ritenersi una divinità originaria, conosciuta come «mandriano» (Gopàla), adorata da una tribù di pastori, la quale acquistò in seguito un'importanza fondamentale nel culto induistico e pervenne ad una popolarità ineguagliabile. Krisna, vivendo insieme a delle pastorelle che faceva danzare al suono del suo flauto, ne amò più di mille, ostentando le più raffinate pratiche erotiche. La sua prediletta era Radha, dal popolo venerata come sua sposa e amante preferita. Krisna morì ormai vecchio in una leggendaria circostanza: scambiato per una gazzella, fu ferito mortalmente da una freccia scagliata da un cacciatore, che lo colpì nel tallone, unico punto vulnerabile del suo corpo. Morto, salì al cielo, dove riprese la divina sembianza di Krisna.
• Attributi di Visnu nell'induismo. Il dio dimora nel Vaikuntha, in cima al monte Meru (l'Olimpo dell'induismo), sempre pronto a rispondere alle preghiere di coloro che gli offrono dei sacrifici.
Egli ha due spose: Lakshmi, dea della bellezza, e Bhumi-devi, dea della terra; la sua cavalcatura è l'uccello mitico Garuda. Egli ha come attributi la conchiglia, il disco, la mazza e il loto. Viene rappresentato in genere sotto forma di un giovane uomo a quattro braccia, con ogni braccio che brandisce uno dei suoi attributi, o anche steso, mentre riposa su Cesha, il serpente dalle mille teste.
• Gli avatara di Visnu. Visnu è un dio essenzialmente passivo. La respirazione di Visnu determina i cicli (kulpa) del mondo. Alla fine di ogni kulpa, il male trionfa nell'universo.
Allora Visnu esce dalla sua meditazione eterna e si incarna in un uomo, o in un animale, per lottare contro il male; queste incarnazioni sono chiamate avatara (avatara = «discesa»). Può anche delegare soltanto una parte di se stesso: è il vyuha o «spiegamento parziale».
I testi classici citano dieci avatara di Visnu, ma l'immaginazione popolare ne ha proposti molti di più.
Rama, sua moglie Sita e suo fratello Lakshmana subiscono un esilio di 14 anni nel corso del quale Sita è rapita dal re demone di Ceylon, Ravana, che, in seguito ad una lunga guerra, è vinto dall'eroe Rama, depositario dalla nascita di metà della potenza divina di Visnu. Dopo aver recuperato la moglie, l'eroe la ripudia perché l'opinione pubblica l'accusava di essere stata sedotta da Ravana; Sita si rifugia in un monastero e dà alla luce due bambini. Quando questi raggiungono l'età di 15 anni, Sita muore e Rama la segue nella morte.

Le incarnazioni di gran lunga più note e più venerate sono Rama e Krishna. La seconda, in particolare, è diventata il centro di vari movimenti di bhakti, o di "devozione", che rappresentano Vishnu come dio che ama e che deve essere amato. La prima, come garante dell'ordine sociale e delle istituzioni di famiglia e casta, incarna la funzione regale del dio.

Le raffigurazioni abituali rappresentano Vishnu seduto, con un'alta corona, e nelle quattro mani una conchiglia, un loto, un disco e un bastone; dalla mitologia vishnuita derivano rappresentazioni popolari di Vishnu addormentato sulle spire del grande serpente Shesha negli intervalli tra i cicli di creazione. Soggetto comune delle rappresentazioni del dio sono anche i suoi avatara. Sua sposa principale è Lakshmi (Shri), la benaugurale dea della fortuna, benché venga spesso rappresentato anche con la seconda moglie, Bhudevi, la dea della Terra. La cavalcatura o veicolo è l'uccello semiumano Garuda.





VRITRA

Demone malvagio della mitologia induista. Vritra è un mostro dalla forma di serpente, che con la sua gigantesca figura copre il Sole e tiene prigioniere le acque e le piogge. Indra lo sconfigge, liberando le acque e facendo tornare la vita sulla terra.

L'interpretazione del mito di Vritra risulta estremamente complessa: il demone simboleggia in primo luogo la siccità annientata dal dio della pioggia Indra, o una divinità prevedica sbaragliata dall'avvento della religione aria o ancora l'aridità e l'ignoranza dell'anima che devono essere sconfitte dalla conoscenza spirituale.





YAMA

Yama è il dio induista della morte: figlio del dio del sole, Vivasvat, e della ninfa Saranyu (Sanjna). Suo fratello è pertanto Manu, con cui divide il titolo di primo uomo. Yama è fratello della dea-fiume Yamuna con la quale avrebbe formato la prima coppia umana.
Yama fu il primo essere umano a morire e, salito al cielo, regnò serenamente sulla città celeste di Yamapura. La figura rassicurante di Yama nel periodo vedico, lo assimila a Dharma, dio della giustizia, rispecchiando la concezione positiva che gli Arii avevano del trapasso nell'aldilà. Solo più tardi, al tempo della redazione dei Purana, forse in seguito alle tremende invasioni e carestie che sconvolsero la penisola indiana, il dio della morte assunse un aspetto terribile. Nell'iconografia induista Yama è rappresentato a cavallo del bufalo, suo veicolo.


Suoi attributi sono la mazza con cui uccide gli uomini e la corda con cui li lega. I suoi emissari sono il gufo e il piccione, mentre i Saramei, figli della cagna di Indra, Sarama, custodiscono l'entrata degli inferi.

Anche nella mitologia buddhista Yama è il dio che presiede gli inferi e invia agli uomini le malattie e la vecchiaia per indurli a condurre una vita morigerata.

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