martedì 16 dicembre 2014

Intervista ad Alexander Kazantsev, il grande studioso russo scomparso nel 2002, precursore delle teorie sul paleo contatto

In esclusiva per l’Italia, la storica e ultima intervista ad Alexander Kazantsev, il grande studioso russo scomparso nel settembre 2002, precursore delle teorie sul paleo contatto.

Il Grande saggio

È trascorso quasi un secolo dalla nascita di Alexander Petrovic Kazantsev. Ci trovavamo a Mosca, sulle sue tracce con una guida telefonica, chiedendo a diverse persone… ma non riuscivamo a trovarlo, tanto che prendemmo in considerazione la possibilità che il grande studioso russo, padre delle teorie più importanti e conosciute a sostegno di visite di extraterrestri intelligenti nel lontano passato, avesse lasciato questo mondo. Questo finché la provvidenziale chiamata di un nostro amico, il giornalista Juan Antonio Sanz, dell’Accademia Russa delle Lettere, ci diede la certezza che Kazantsev era ancora vivo. Riuscimmo così a organizzare un’intervista con il grande saggio nella sua dacia a Paradelkino, un villaggio situato a circa 45 km da Mosca.



Dopo un’ora di viaggio su un vecchio treno sgangherato, prendemmo un autobus che ci portò su una stradina quasi inghiottita dalla foresta. Tutto attorno a noi era verde e umido di rugiada. Trovare una dacia in quel labirinto poteva rivelarsi difficile. Kazantsev risiedeva in quel luogo da molti anni, come tanti scrittori a cui il governo russo aveva assegnato la casa. Fummo accolti da sua figlia e, dopo un po’, in una piccola casa di legno adiacente a quella principale apparve Kazantsev. Il vecchio, che si sosteneva goffamente col bastone, camminò lentamente e salutò tutti. Non ci potevamo credere: avevamo davanti a noi un uomo che era quasi un mito, il padre dell’astroarcheologia. Persino von Däniken è uno dei molti venuti dopo di lui. Parlammo per oltre due ore indimenticabili, grazie al prezioso aiuto di Juan Antonio e sua moglie Liena, che fecero da interpreti.



«Parlate tedesco?» ci chiese, e alla nostra risposta negativa continuammo in russo. «È da molto tempo che non viene nessuno in visita. La vostra presenza mi riempie di gioia… Come ho detto, parlo tedesco perché ho lavorato in Austria alla fine della guerra. Ero Colonnello dell’esercito sovietico. Poi ho lavorato a Tomsk, in Siberia, presso l’Istituto di Tecnologia. Ho fatto l’ingegnere finché non ho cominciato a scrivere racconti e romanzi di fantascienza», cominciò a raccontare, alzando gli occhi come a frugare nella memoria.

Marte come Tunguska

Alexander Kazantsev nacque in Siberia, ad Armolinsk, nel 1906. Si laureò presso l’Istituto Tecnologico di Tomsk nel 1930. In seguito viaggiò fino agli Urali, dove lavorò nell’impianto metallurgico Beloretsky. La sua grande immaginazione, unita a una capacità tecnica innata, lo fecero notare dalle autorità sovietiche, che tra i 30 e i 40 anni lo promossero in uno degli istituti di ricerca scientifica di Mosca. Nel 1941, quando la Russia fu invasa, si unì all’esercito e una volta lì fu nominato ingegnere capo di un complesso difensivo dove si occupò dello sviluppo di nuove armi. Poco dopo venne insignito dell’Ordine della Stella Rossa e altri riconoscimenti, come l’ammissione al Partito Comunista nel 1954.
Dotato di un talento poliedrico, che lo fece emergere anche come maestro di scacchi, prima della guerra partecipò a un concorso nazionale di cinema di fantascienza. Arénida, la sua sceneggiatura, vinse il primo premio, e in seguito lui stesso la convertì in un romanzo, divenuto un bestseller in Unione Sovietica: L’isola che brucia. Oggi è considerato uno dei più grandi maestri del mondo fantascientifico, assieme a nomi del calibro di Asimov e Clarke.
Kazantsev era affascinato dai misteriosi paesaggi dell’Artico russo, in particolare la tundra. Osservandola e studiandola, si accorse che quel paesaggio assomigliava alla superficie di Marte. Durante i viaggi condotti alla fine del 1940 e il 1950, a bordo della nave da ricerca Georgii Sedov, lo studioso navigò per i mari ghiacciati del nord della Siberia, e queste esperienze gli furono di ispirazione per futuri romanzi e racconti di fantascienza. E per aggiungere più fascino e mistero alla Siberia, risulta che uno dei più grandi enigmi del cosmo accadde lì: la famosa esplosione di Tunguska, nel 1908, due anni dopo la nascita di Kazantsev.



«Sono sempre stato affascinato dal mistero che circonda la famosa esplosione di Tunguska, la mattina del 30 giugno 1908», proseguì Kazantsev, «fu la più grande catastrofe del XX secolo. Nulla si può paragonare a quell’esplosione, nemmeno quella di Krakatoa nel XIX secolo. Tutti gli alberi vennero bruciati, schiacciati per un raggio di diversi chilometri. Centinaia di renne morirono, molte altre si ammalarono. Nomadi, uomini e donne, persero la casa. Cominciai a riflettere su dove potessero trovarsi i frammenti di meteoriti caduti e che si erano dispersi, ma non c’era niente. Lo stesso Kulik, il primo scienziato a visitare il sito dell’esplosione, nel 1927, cercò il presunto meteorite, presumibilmente affondato in una palude, ma non lo trovò mai».
La prima spedizione del geologo russo Kulik fu più di diciannove anni dopo l’esplosione misteriosa. In seguito si succedettero oltre 40 spedizioni scientifiche. Che cosa aveva causato una simile catastrofe? Si trattava di un meteorite, di un asteroide, di antimateria, di una nave interplanetaria? Sorsero le più svariate teorie, ma quella di Kazantsev fu ed è unica e storica.



«L’esplosione avvenne in aria e spazzò via tutto, senza lasciare traccia – ci disse lo scrittore indicando il cielo con un dito – è il più grande mistero di tutti i tempi. Sono state avanzate più di un centinaio di ipotesi per spiegarlo. Quando sono passato dal lavorare nell’esercito a fare lo scrittore, scrissi due romanzi e un racconto, nel 1946, intitolato L’Esplosione, sulla catastrofe di Tunguska, che divenne famoso in tutto il mondo».
«Dopo l’esplosione – proseguì, appoggiandosi sui gomiti – si sentirono forti suoni, simili a tuoni, che riverberarono per molte, molte miglia dalla Russia. Fu terribile. Nei paesi lontani, come l’Inghilterra, a mezzanotte il cielo era così luminoso che si poteva leggere un libro. Migliaia e migliaia di alberi della zona vennero distrutti e molte persone vennero catapultate fuori dalle loro abitazioni; altri, anche per diversi chilometri, sentirono un calore così intenso da bruciare i loro vestiti. Poco dopo l’esplosione, cominciò a fuoriuscire acqua dal sottosuolo, probabilmente dalle falde colpite dall’impatto. Kulik era lì, a cercare inutilmente un eventuale meteorite affondato nella palude, che non venne mai trovato. E trattandosi di un meteorite, avrebbe dovuto lasciare le acque imputridite, ma non fu così».

Tunguska secondo Kazantsev

Il 20 febbraio 1948, lo scrittore spiegò pubblicamente la sua nuova e romanzesca ipotesi sull’origine del “meteorite” di Tunguska, in una riunione della Società Astronomica dell’URSS, tenutasi al planetario di Mosca. In quella storica conferenza, Kazantsev ricevette di tutto: da insulti a parole di lode e di esaltazione. «Posso dirvi che nel 1945, quando la bomba atomica esplose seicento metri sopra Hiroshima, in Giappone, mi resi conto che c’era un sorprendente parallelo con l’esplosione di Tunguska. C’era un gruppo di alberi completamente carbonizzato e privo di rami, ma ancora in piedi dopo l’esplosione, a poche centinaia di metri dal centro di detonazione. Il loro aspetto e la loro disposizione ricordano ciò che è rimasto nella Palude del Sud, in Siberia. La nube che si formò dopo l’esplosione del 1908 aveva la forma di un fungo gigante, e dopo l’esplosione cadde pioggia nera, proprio come è successo a Hiroshima. Devo dire che alcuni studiosi del tempo dissero che potrebbe essersi trattato di una bomba esplosa a bassa quota», sostenne Kazantsev.
Lo studioso russo non aveva più dubbi: nel 1908 in Siberia si era verificata un’esplosione atomica! Ma chi in quel periodo ormai lontano avrebbe potuto far esplodere una bomba nucleare, quando ancora gli studi sull’energia atomica erano solo agli albori? Per logica deduzione, Kazantsev considerò che Marte dovesse essere il luogo di origine di una nave spaziale alimentata a energia atomica che, in visita sulla Terra, aveva avuto un’avaria e si era disintegrata prima di toccare il suolo, all’interno della nostra atmosfera.


il grande saggio nella sua dacia a Paradelkino, un villaggio situato a circa 45 km da Mosca.

«A farmi pensare che l’oggetto all’origine dell’esplosione fosse un velivolo spaziale con equipaggio è stato il fatto che, in un primo momento, seguì il percorso da sud a nord e poi improvvisamente cambiò direzione, verso est, dove c’è stato l’impatto. Ho pensato, ingenuamente, che fossero i marziani che venivano a prendere l’acqua per il loro pianeta, dove questo liquido è scarso, e forse la meta era il Lago Baikal, uno dei più grandi bacini di acqua dolce del mondo. Oggi, però, la penso diversamente. Velo rivelerò più avanti…»
Bene, come prese la sua teoria la comunità scientifica? Domandai. Prima di rispondere, lo studioso rise allegramente e disse: «In un primo momento, gli scienziati non si irritarono con me, ma poi, dopo alcuni anni, sì. Vi furono decine di spedizioni e molti studiosi usarono i propri soldi per vedere cosa fosse successo, cosa si poteva scoprire su questo presunto meteorite che, in tal caso, avrebbe dovuto essere più grande di quello caduto in Arizona».

Astronomi famosi pubblicarono una lettera nel 1948, sul numero 9 della rivista Téjnika Molodiozhl, per difendere il diritto di formulare l’ipotesi dell’esplosione di un razzo interplanetario sopra la taiga di Tunguska. Fra gli scienziati che firmarono la lettera vi erano A. Mikhailov, dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, il direttore dell’Osservatorio di Pulkovo, il professor P. Parenago e una serie di astronomi. Un aspetto poco conosciuto della vecchia impostazione di Kazantsev è che la presunta nave marziana sarebbe passata da Verene per poi venire qui sulla Terra. Poté andare lì per esplorare il pianeta grazie alla favorevole posizione astronomica. Lo studioso ci menzionò del ritrovamento, avvenuto circa cinque anni fa, di uno strano artefatto di metallo a più di 1000 km a nord di Tunguska. «Lo trovò un pescatore e fu inviato a Mosca. Sembrava un pezzo di tubo. Venne diviso in tre parti, poi distribuite a tre istituti accademici. Presentava caratteristiche molto rare, e le percentuali metalliche erano sconosciute sulla Terra. Non so se questo possa essere correlato all’esplosione del 1908, però sono curioso. Posso solo dire che è stato analizzato da scienziati seri, che però finora non hanno prodotto alcun risultato. Anche Carl Sagan si interessò a questa storia».
Secondo Kazantsev, ci sono altri fenomeni inspiegabili verificatisi a Tunguska, per lo meno in tempi recenti: «Di solito compaiono proprio nell’epicentro dell’esplosione, misteriosi fulmini a forma di sfera, e si forma una specie di enorme ponte di energia, come un gigantesco arco voltaico»



Altre dimensioni e mondi paralleli

Riprendiamo ciò che pensava questo scrittore sugli UFO. Questo è quanto ci disse in proposito: «Dopo le mie prime dichiarazioni su Tunguska, verso la fine degli anni ‘40, cominciarono a comparire molti UFO in tutto il mondo. Volavano a grande velocità, compiendo manovre indipendentemente dalla massa dell’oggetto ad angolazioni strettissime. Non siamo gli unici esseri intelligenti ad abitare nell’Universo. C’è stato più di un milione di avvistamenti di dischi volanti. H.G.Wells l’avevano già intuito…»
Da dove vengono? Chiedemmo a Kazantsev, uno dei pochi nomi che, pur avendo basato le proprie teorie sull’astroarcheologia e scritto fantascienza, si era guadagnato il rispetto e talvolta il sostegno degli scienziati più stimati. «Inizialmente pensavo che gli UFO venissero da Marte. Ora penso che provengano da altre dimensioni, incluso quello caduto a Tunguska. Tuttavia, Marte mi è sempre interessato e penso che abbia sempre ospitato la vita». Questa fu la rivelazione che ci fece Kazantsev, che nonostante il suoi 95 anni non era assolutamente dogmatico, perché rifiutava le idee fisse. E ci sorprese anche con un’altra sua teoria…

«Esistono fino a undici dimensioni e tre mondi paralleli – ci disse – Noi non li vediamo e non li sentiamo, ma vi interagiamo costantemente. C’è una connessione, una linea che collega i tre mondi paralleli. Gli Yeti e i Bigfoot, ad esempio, provengono da uno di questi mondi. Vengono a cercare cibo che manca da loro. Solo questo può spiegare il modo in cui appaiono e scompaiono misteriosamente. Sono grandi, di buon carattere e vivono in un mondo diverso dal nostro, in tempi diversi che ricordano quelli dei nostri antenati».

Ci può spiegare meglio questa teoria dei tre mondi paralleli? Chiedemmo.

«È un argomento difficile da spiegare perché entriamo nel campo della fisica quantistica. Il passare del tempo in questi mondi è diverso: nel terzo mondo, per esempio, è più lento. Nel terzo mondo parallelo si sono sempre interessati alla nostra ricerca nel campo atomico. Per questo sulle centrali nucleari si vedono molti dischi volanti. Hanno paura di ciò che potrebbe accadere e non ho remore a dirlo».

Il pianeta distrutto

Quando i giornalisti americani Henry Gris e William Dick intervistarono Kazantsev, a metà degli anni ‘70, questi riferì loro di trovare interessante l’ipotesi del professor Yevgeny Krinov, che era a capo della commissione sovietica sui meteoriti. In breve, ci disse che c’era un pianeta tra le orbite di Marte e Giove, chiamato Fetonte, che ospitava forme di vita simili a quella umana e che un giorno esplose in migliaia di frammenti. L’esplosione potrebbe essere avvenuta 12.000 anni fa e Kazantsev aveva notato che questo grande cataclisma è menzionato nelle antiche mitologie.
«Tra Marte e Giove ci sono gli asteroidi che formano un grande anello. Se esplose un pianeta, come dicono gli astronomi, i frammenti di asteroidi non potrebbero essere nell’orbita dove si trovano ora. Lo si può spiegare come conseguenza di una guerra, di un’esplosione atomica in un oceano, che era presente su quel pianeta», disse. Krinov concluse che il pianeta estinto dovesse essere più grande di Marte e con diversi oceani e un’atmosfera. Il suo nucleo era di ferro, come i frammenti di meteoriti provenienti dalla sua massa che caddero e continuano a cadere sulla Terra. La sua superficie era abitata da esseri intelligenti che avevano sviluppato la tecnologia molto prima di noi. «Quando parlo di questa esplosione che spazzò via un intero pianeta, dico che dovrebbe essere vietato, qui sulla Terra, l’uso di armi nucleari. Ho scritto un racconto molto famoso in cui ne parlo, si intitola “Fayeti” e sarei felice che venisse pubblicato in castigliano. Credo sia il mio preferito ed è già tradotto in diverse lingue. Colgo l’occasione per inviare un messaggio alla Spagna e all’America Latina, attraverso la vostra importante rivista, affinché anche gli ispanici protestino contro le armi nucleari», esclamò, rivelando la sua posizione anti-nucleare.
Ci arrischiammo a domandare quanto sapesse l’esercito russo sugli UFO, e lui rispose: «Niente!», scoppiando subito dopo in una grassa risata, che ci lasciò perplessi…


Alexander Petrovic Kazantsev

Conferme e smentite

Una delle questioni in sospeso che abbiamo chiesto allo studioso russo riguarda le famose statuette Dogu del Giappone, oggetti archeologici che ritraggono figure umanoidi in tute e caschi che ricordano quelli degli astronauti. Le statuette risalgono al periodo in cui il Giappone era abitato dal popolo Ainu (popolo di razza bianca che ancora vive nel nord del paese) del Paleolitico e vennero ritrovate nelle loro tombe.
«Ho una predilezione per le statuette Dogu, che assomigliano a delle persone con indosso degli scafandri. Ho scritto un articolo a riguardo, e quando è stato pubblicato in Giappone ho ricevuto pacco con cinque copie da parte di un archeologo di quel paese. In seguito me ne inviarono altre quattro. Ho spedito alcune foto alla NASA e non alla Città delle Stelle, perché ho pensato che non sarebbero state preso sul serio. Dalla NASA mi risposero confermando che il pezzo di abbigliamento era uno scafandro da astronauta», ci raccontò lo scrittore.
Nel 1962 Kazantsev si accorse che la lastra che copriva la tomba di re Pakal, nella città maya di Palenque (Messico), sembra ritrarre un razzo pilotato da un sacerdote-astronauta. L’idea di un astronauta in epoca Maya è stata rifiutata da molti archeologi, ma ormai fa parte della storia dell’astroarcheologia.
Däniken contattò Kazantsev molti anni fa. A questo proposito ci riferì: «Diedi a Däniken materiale sufficiente per scrivere il suo primo libro. Parlammo più volte della mia ricerca ed era anche interessato a Tunguska. Abbiamo avuto qualche attrito, ma pochi anni fa l’ho incontrato in una riunione ed è stato cordiale».
Un altro tema astroarcheologico affrontato da Kazantsev è quello dei Dropa, un popolo misterioso che si presume abitò sul confine cino-tibetano di Bayan Khara Ula, dove, nel 1938, un archeologo cinese trovò i resti scheletrici di strani umanoidi di bassa statura con teschi sproporzionato rispetto al corpo. C’erano anche 716 misteriosi dischi di pietra con delle incisioni, e che sono stati interpretati come elementi di una cultura aliena venuta sulla Terra migliaia di anni fa.
«Pensai che potesse essere vero, ma alcuni studi hanno dimostrato che era tutta una farsa», ha detto con un certo fastidio Kazantsev. Lo stesso dicasi dei dipinti scoperti dall’archeologo Guergui Chatsky nella regione nelle grotte di Ferghana, in Uzbekistan. Non si sono mai viste le immagini di uno dei dipinti, solo un disegno che mostra un presunto alieno con un disco in una mano e sullo sfondo un disco volante sopra le montagne.
Nel giugno 1957, Kazantsev scrisse un articolo intitolato “Osservazione di segnali radio provenienti da un satellite artificiale e la sua utilità scientifica” per il periodico Radio del Ministero delle Comunicazioni sovietico. L’articolo anticipava il lancio di un satellite sovietico e ne rivelava la radiofrequenza. Quattro mesi più tardi venne lanciato lo Sputnik 1. La sua visione del futuro gli fece guadagnare molti amici tra gli scienziati più autorevoli del tempo. Come Arthur Clarke, aveva anticipato alcune applicazioni tecnologiche dei satelliti artificiali, che in quegli anni ‘50 erano poco più di una chimera.
Dopo l’intervista, una volta tornati a Mosca, ci recammo all’Accademia delle Scienze di Russia, un grande edificio moderno che assomiglia a un enorme bunker dotato di antenne paraboliche e circondato da alte misure di sicurezza. Ci andammo per vedere i famosi rapporti di Leonid Kulik. All’interno dell’edificio, completamente militarizzato, fummo ricevuti da un militare che, dopo una lunga attesa, venne a dirci che potevamo accedere alla biblioteca solo con un permesso speciale o l’invito di uno degli ufficiali dell’Accademia. Sarà per un’altra occasione…
Forse nelle pagine vecchie e ingiallite dei rapporti di Kulik da qualche parte c’è la risposta, come ci ha detto Kazantsev, a uno dei più grandi enigmi di tutti i tempi.



L’Ospite del Cosmo

Kazantsev scrisse un racconto che è stato tradotto in castigliano come “El Huesped del Cosmos”, l’ospite del cosmo, o “El Visitante del Cosmos”, il visitatore del cosmo, che, in realtà, è un X-File in forma letteraria che contiene dieci anni di ricerca su Tunguska.
La storia inizia in una cabina a bordo di una nave in viaggio per i mari artici russi. In essa, diversi scienziati studiano l’ambiente per vedere se le condizioni sono le stesse offerte dal pianeta Marte e, per deduzione, formulare un’ipotesi sull’esistenza di vita su Marte. Uno degli scienziati, Krymov, è convinto che i marziani siano venuti sulla Terra e che l’oggetto dell’esplosione fosse una nave spaziale in fiamme, alimentata a combustibile atomico, che bruciò nell’alta atmosfera,.
Un altro personaggio, la ricercatrice Natascia, è orgogliosa del fatto che l’Accademia delle Scienze di Kazakistan possieda una sezione di Astrobotanica, una “nuova scienza sovietica” per la ricerca di vita su altri pianeti. Molti dettagli della storia sono veri. L’Astrobotanica è stata effettivamente creata dall’astronomo Gravil Tijov, il primo a ottenere immagini di Marte attraverso filtri di colore per cogliere il cambiamento climatico sulla superficie del pianeta a seconda delle stagioni. Tijov, in base a queste osservazioni, ritenne che la superficie marziana fosse ricoperta di vegetazione, con piante in grado di assorbire alcune frequenze della banda dello spettro elettromagnetico.

Secondo la sua teoria, da fotografie scattate con i raggi infrarossi, le macchie erano piante simile a muschio, che come spugne assorbivano i raggi del sole. Nei vasti deserti di Marte, Tijov descrisse la presenza di zone ricoperte di vegetazione, con caratteristiche di rifrazione molto simili a quella delle piante che crescono nei deserti dell’Asia centrale, ma con maggiore capacità di ricavare energia termica. Tuttavia, le navi americane inviate verso il pianeta rosso sembrano smentire questa possibilità. Ma non tutti sono d’accordo con la NASA.

In un’intervista che ho condotto nell’ottobre 1989, l’astronomo di origine corsa Jean Nicolini – mesi prima della sua tragica morte in un incidente d’auto a Campinas, Brasile – mi disse che né la NASA né altri astronomi avevano dato una spiegazione convincente per le macchie verdastre che si vedono al telescopio. «Non è per ossidazione della sabbia del deserto, come ci hanno detto. Credo che realmente vi sia vegetazione molto resistente su Marte», dichiarò.

Il racconto presenta anche un’idealizzazione del regime comunista sovietico su Marte. «… Wells e altri scrittori occidentali non vedono altro che invasioni e guerre quando si tratta di comunicazione con altri mondi.

A mio parere – dichiara Krymov nel racconto – sapendo cosa accade all’acqua su Marte e guardando le grandi opere di irrigazione dei marziani, penso che si debba concludere che il loro sistema sociale consente loro di attuare un’economia pianificata in scala su tutto il pianeta.
- Significa che esiste un regime sociale perfetto – sostiene Nizovski.

- Lo sviluppo della vita sociale degli esseri razionali non può portare a un altro risultato – afferma convinto (Krymov) – Inoltre, avendo raggiunto un’elevata cultura e un sistema sociale perfetto, forse (i marziani) non conoscono le guerre se non per ricerca storica. E vengono da noi come amici, per un aiuto, per chiedere del ghiaccio».
Krymov si riferisce alle gigantesche opere di ingegneria dei marziani, i famosi canali, che secondo molti scienziati del tempo servivano a far fluire l’acqua bassa sulla superficie di Marte. Il geologo, in un chiaro elogio al regime sovietico, propone Marte come esempio per la Terra: «Gli abitanti del pianeta (Terra) devono preoccuparsi della possibilità di vita delle generazioni future.

I marziani hanno bisogno di acqua per Marte, che è abbondante sulla Terra», giustificando così il motivo della visita qui della nave esplosa su Tunguska, vale a dire prelevare acqua in forma di ghiaccio, in particolare dalla Groenlandia.

Nella storia, l’autore propone l’uso di energia nucleare applicata all’astronautica anche per i viaggi sul pianeta rosso.

Articolo scritto da Pablo Villarubia Mauso


Per gentile concessione di Alberto Forgione (X-Publishing S.r.l.)

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