lunedì 15 dicembre 2014

INANNA-ERESHKIGAL

Fonte: www.ilcerchiodellaluna.it





L'archetipo

Inanna è la più importante Dea sumera dell’antica civiltà mesopotamica.
Dea dell’amore, della fecondità e della bellezza, Inanna è regina dei cieli e della terra. E’ anche Dea del grano, della guerra, e dell’amore sessuale. La mitologia la descrive anche come guaritrice, donatrice di vita e compositrice di canzoni e poesie.
Inanna offre un’immagine di sè dalle tante sfaccettature simboliche che suggeriscono l’idea di un femminile completo, che va al di là della funzione materna. Lei è contemporaneamente regina della terra e del cielo, della materia e dello spirito, dell’oscurità e della luce, dell’abbondanza della terra e guida celeste.
Guerriera, amante, madre, seduttrice, nella sua versione meno antica incarnava un femminile erotico e passionale: il potente, regale e indipendente femminile dalle tante sfaccettature. Può rappresentare l’archetipo ideale della donna moderna, profondamente femminile, spesso madre e donna emancipata al tempo stesso, la donna “risolta”, che non ha paura di incontrare la sua ombra.


La bipolarità della Dea: due sorelle

Inanna ha una sorella: Ereshkigal. E’ la sua ombra, il suo complemento: insieme le due dee formano il disegno bipolare della totalità del femminile archetipico, l’unità madre-figlia della grande Dea. Tale disegno è analogo alle peregrinazioni della stella Inanna, sopra e sotto l’orizzonte. La faccia illuminata e la faccia buia della luna.
Entrambe le immagini delle dee rappresentano fasi di un tutto, che va visto e onorato.


Ereshkigal, la sorella oscura

Ereshkigal è la dea oscura. Il suo nome significa “signora del gran luogo inferiore” , ma prima di essere relegata nel kur, anche lei era una dea dei cereali e viveva nel mondo superno.
Perciò simboleggia il gran circolo della natura, il seme al di sopra del terreno che cresce, e il seme sotto terra che muore per poi germogliare nuovamente.
Rappresenta il continuum in cui i vari stati sono semplicemente vissuti come trasformazioni di un’unica energia. Secondo il mito, quando si trovava nel mondo superno, Ereshkigal si chiamava Ninlil e veniva detta la moglie di Enlil, il dio del cielo della seconda generazione. Ninlil fu più volte violentata dal marito sotto vari travestimenti. Sicchè gli dei lo punirono mandandolo nel mondo sotterraneo. Ma per amore del consorte, Ninlil lo seguì negli inferi dove assunse il nome di Ereshkigal. Nel mondo sotterraneo diede alla luce Nannasin, il dio della luna, sorto per illuminare le tenebre e per misurare il tempo, con i suoi cicli di crescita e di calo. Secondo altre fonti Nanna-sin è il padre di Inanna (e anche del dio sole). Perciò sua madre, Ninlil-Ereshkigal è genealogicamente la nonna di Inanna: un aspetto dell’illimitato femminile originario, stuprato, ridotto ma che tuttavia continuò a dar frutti. Ereshkigal incorpora le leggi degli Inferi, è il luogo dell’oblio, la faccia oscura della luna. E il mito la descrive prima come furiosa, poi distruttiva e infine grata e generosa. C’è in lei una rabbia primordiale, un’istintività grezza e incontrollabile, come le forze che tentano di sopraffare l’Io. Tuttavia le sue forze sono legate alla distruzione ma anche alla trasformazione. E’ il lato distruttivo trasformativo della volontà cosmica. Essa simboleggia l’abisso che è la sorgente e la fine, il terreno di tutto quanto l’essere.
Il suo regno rappresenta l’unica certezza della vita: il fatto che tutti moriamo.



Il Culto




I numerosi miti su Inanna furono creati tra il 3500 a. C. e il 1900, ma probabilmente hanno origini anche anteriori. Nella loro versione originale si trattava sicuramente di miti pre-patriarcali. Tuttavia le storie che la riguardano dimostrano le incursioni del patriarcato nella progressiva sua perdita di status, tale per cui da “Dea di ogni cosa” gradualmente si trasformò in una seduttrice. Il fatto che nella preistoria fosse rappresentata come una Dea di fertilità della terra, come testimoniano le statuine che la ritraggono con grandi fianchi e seni prosperosi, mentre in seguito si trasformò in una “bella donna” è un chiaro sintomo dell’avvento del potere patriarcale. Quando i Babilonesi e gli Assiri subentrarono in Mesopotamia ai Sumeri, identificarono con Inanna la loro dea Ishtar.
I racconti ed il suo mito forniscono in primo luogo la trasposizione letteraria del ciclo stagionale e del ritmo della natura, con i suoi mutamenti, lo svuotamento e riempimento dei granai, la trasformazione dei cereali e dell’uva. In secondo luogo il mito della discesa negli inferi è indubbiamente la storia di un’iniziazione ai misteri.



Le origini

Figlia del dio del cielo An, ma anche del dio della luna Nanna. È sorella del dio del Sole Utu, nipote del dio dell'Aria Enlil e compagna del dio-pastore Dumuzi. Era soprannominata dai Sumeri "Anunita" (o anunitu), perché era la preferita del prozio Anu, il padre degli dei che abitava in cielo e che giaceva con lei, quando veniva in visita sulla terra.
Ella fa parte del clan degli Dei Enliliti in contrapposizione agli Dei del clan di Enki fratellastro e rivale di Enlil.
In origine la bella regina del cielo aveva due corteggiatori, Enkiddu, che coltivava i campi e Dumuzi che pascolava le greggi. Entrambi le avevano portato i loro doni, entrambi le avevano rivolto parole dolci. Suo fratello teneva per il contadino ma la soffice lana portata da Dumuzi conquistò il cuore di Inanna. Così Dumuzi divenne il favorito della dea secondo un racconto che ricorda quello di caino e abele, in cui probabilmente riecheggia una disputa comune ai tempi in cui la nuova scienza dell’agricoltura guadagnava terreno rispetto alla cultura nomade dei pastori.
Il mito racconta che Inanna stava per sposare Dumuzi, Figlio di Enki, tentando così una storica riappacificazione tra i discendenti dei due clan.
Ma temendo per il proprio predominio, il fratello maggiore di Dumuzi si oppose a ciò, facendo sì che Dumuzi, impaurito per un imminente rapimento ordito da quello, fuggisse e morisse sfracellandosi mentre cadeva da una rupe in prossimità di grandi cascate. Inanna furente per la perdita del suo promesso sposo istigò tutto il clan enlilita scatenando guerre tra gli dei che coinvolgevano gli uomini, causando gravi lutti e immani genocidi fra essi.
Bellissime sono le poesie d'amore scritte da Inanna e rivolte al proprio amore e promesso sposo Dumuzi. Dopo la perdita del suo innamorato divenne una seduttrice di uomini e di Dei: nella saga di Gilgamesh, questi rifiuta le sue profferte di sesso, rinfacciandole che nessun uomo è rimasto vivo fino all'indomani mattina, dopo avere giaciuto con lei nella notte. Inanna è nota anche per aver donato agli abitanti di Uruk, la città di cui è protettrice, i Me sottratti ad Enki con un inganno, in modo che gli uomini potessero vivere in prosperità e benessere.



Carattere e simboli




Patrona di tutte le emozioni quali amore, gelosia, gioia, dolore, timidezza ed esibizionismo, fino alla passione, l’ambizione e la generosità, Inanna fu eternamente giovane, dinamica, fiera, sensuale e libera. Una variante del suo nome è Ninnanna, che significa regina del cielo. E’ anche chiamata Ninsianna quale personificazione del pianeta Venere. Viene descritta come una dea riccamente abbigliata o completamente nuda.
Il suo simbolo è la stella a otto punte. Suoi importanti santuari si trovavano a Uruk, Zabala e in Babilonia.
Non fu mai accasata, nè dominata da alcuno, magnetica quanto indipendente. Sempre in movimento, alla ricerca della sua casa, del suo potere. Regina del cielo, dea delle piogge gentili e dei terribili acquazzoni, dea del mattino e stella della sera, regina della terra e della sua fertilità, ma anche dea della guerra e dell’amore sessuale. Più estroversa persino di Afrodite, era una dea molto attiva. Molti furono i nomi attraverso cui il suo culto si diffuse trasformandosi (Ishtar, Iside, Neith, Meti, Astarte, Cibele, Afrodite, Brigit), tuttavia tutte le dee che vennero dopo di lei vengono descritte come molto meno potenti di quanto lo fosse Inanna.


Inanna e le tavole del destino (Me)

Questo è il racconto mitologico attraverso cui i sumeri si spiegarono l’origine della loro civiltà.
Negli spazi incommensurabili degli abissi delle acque dolci viveva Enki, il dio della saggezza, e con lui vi erano le tavole del destino e vari strumenti magici apportatori di civiltà. Questi erano i suoi tesori che teneva al riparo dall’umanità. Sua figlia, l’astuta regina del cielo, ebbe pietà degli infelici esseri primitivi della terra e preparò la sua barca per recarsi alla dimora paterna. Qui essa venne accolta grandiosamente con un banchetto colmo di cibi e vini. Enki poteva ben essere saggio ma amava sua figlia al di là della saggezza e così a tavola bevve una dopo l’altra le coppe che essa seguitava a offrirgli e poi, ebbro, le promise tutto quello che desiderava.
Subito Inanna chiese le tavole del destino e cento altri strumenti di cultura.
Che cosa poteva fare un padre affettuoso se non soddisfare la richiesta della figlia? Inanna imediatamente caricò gli oggetti sulla barca del cielo e salpò per la sua città, Uruk.
Svegliatosi il giorno dopo dalla sua ebbrezza, Enki ricordò quello che aveva fatto e si pentì. Ma era reso inabile da un mal di testa tanto terribile quanto piacevole era stato il bere la sera prima. Così non poteva seguire la figlia finchè non fosse guarito. Intanto, naturalmente Inanna si era messa al sicuro nel suo regno e neppure i sette trucchi che Enki tentò di mettere in atto riuscirono a fargli recuperare i suoi tesori.
Queste tavole erano i basamenti su cui si fonda la civilizzazione, un set di leggi universali e immutabili, nonchè di limiti che devono essere osservati da uomini e dei.
Esse includevano concetti quali regno, sacerdozio, verità, vestiario, armi, l’arte di fare all’amore, la parola, la musica e la canzone, il potere e l’imbroglio, il viaggio, la scrittura, la paura, il giudizio, la decisionalità, le arti delle donne. Attraverso questo dono Inanna si meritò il suo trono e la protezione della sua città.


La discesa di Inanna negli inferi



Avvenne che Inanna, spinta secondo alcuni dalla curiosità, mentre altri la accusano di ambizione, progettasse di scendere dal suo trono e fare una visita al mondo sotterraneo. Combinò con il suo primo ministro (donna), Ninshuba, che se non fosse tornata entro tre giorni e tre notti, egli organizzasse delle grandi cerimonie funebri e si appellasse alle maggiori divinità perché corressero in suo soccorso. Presi questi accordi, Inanna cominciò la sua discesa. Al primo dei sette cancelli degli inferi la Dea venne fermata dal custode, Neti, che le chiese il motivo della visita. Inanna spiegò che era venuta per rendere omaggio a sua sorella Ereshkigal, signora dell'oltretomba, e a portarle le sue condoglianze per la morte di Gugalanna, suo marito, il "toro del cielo" (ucciso da Gilgamesh nell'epopea legata all'eroe). Neti le chiese di lasciare allora parte dei suoi ornamenti. Così accadde ad ogni cancello. Pezzo dopo pezzo, Inanna dovette rinunciare a tutti i suoi gioielli e vestiti finchè si trovò splendida e nuda di fronte alla sorella Ereshkigal, dea della morte, ignuda, dai capelli neri, che volse gli occhi di pietra sulla dea venuta dal mondo superno.
Al suo sguardo Inanna perse la sua vitalità e rimase tre giorni e tre notti come un cadavere nel regno della morte. Visto che Inanna non aveva fatto ritorno al suo regno celeste, Ninshuba fece ciò che gli era stato ordinato. Enki, padre della dea, corse in suo aiuto.
Con lo sporco che aveva sotto le unghie formò due strane creature, il Kurgarra e il Galatur e le mandò nel mondo sotterraneo con cibo e acque per riportare in vita Inanna che vi giaceva inerte. Ma nessuno può lasciare il mondo infero se non viene trovato un sostituto che rimanga per sempre nella terra del giudizio. Così i demoni seguirono la dea mentre essa risaliva nel suo regno e afferrarono l’uno dopo l’altro tutti gli dei che incontravano. Ma ogni volta Inanna li liberò ricordando qualche buona azione che avevano fatto per lei. Quando però inanna giunse nella sua città sacra, Uruk, trovò che il suo amante Dumuzi si era installato nel suo posto di comando. Arrabbiata per tanta presunzione, la dea ordinò che proprio lui fosse portato come suo sostituto nel regno di Ereshkigal. Fortunatamente per Dumuzi, la sua affezionata sorella Gestinanna lo seguì nel mondo infero e ottenne da Ereshkigal la vita del fratello per la metà di ogni anno, la metà d’anno in cui le piante del deserto fioriscono perché Dumuzi era il dio della vegetazione.
In alcune versioni del racconto fu la stessa Inanna e non Gestinanna, a liberare Dumuzi. Ma il nome di Gestinanna incorpora quello di altre dee; inoltre talora, viene anche detto che Inanna era in realtà la madre di Dumuzi, mentre in altre versione tale ruolo viene attribuito a Ninsun. Tutte queste apparenti contraddizioni cessano tuttavia di essere problematiche se si estende il concetto delle tre persone in un dio unico, a questa trinità di divinità sumere. Vediamo allora che la madre, l’amante e la sorella erano tutti aspetti di un’unica grande figura : la regina del cielo, che poteva essere lo stesso sole, datore di vita; esso infatti può tanto far inaridire la terra rendendola un deserto quanto riesumare ad ogni stagione la vegetazione da sotto la superficie della terra.
Conosciuto per la maggior parte attraverso tavolette rinvenute negli scavi archeologici eseguiti tra il 1889 e il 1900 sulle rovine della città di Nippur, nel sud della Mesopotamia, il mito è generalmente interpretato come una raffigurazione del ciclo della vegetazione. Dumuzi (divinità della fertilità), giace per sei mesi con Inanna (che rappresenta la potenza della generazione) e per sei mesi con la sorella "oscura" di lei, Ereshkigal (il letargo invernale, rappresentato simbolicamente dalla morte). Il dualismo Dumuzi-Geshtinanna viene messo in relazione con l'alternarsi stagionale dei frutti della terra (le messi per Dumuzi e la vite per Geshtinanna).
Non mancano peraltro le interpretazioni del mito in chiave psicoanalitica. In questa accezione, la discesa di Inanna è spiegata con la necessità per la psiche di confrontarsi con il proprio "lato oscuro" (Ereshkigal), connesso all'istintualità cieca e alla distruttività (la "pulsione di morte" di Freud), per raggiungere l'equilibrio e la completezza.


Inanna-Ereshkigal e la natura dello Scorpione

L’inno che descrive la discesa di Inanna nel regno degli inferi è uno dei più bei miti relativi l’incontro con il lato oscuro che si trova in ognuno di noi. L’astrologia umanistica e psicologica individua in questo mito una splendida rappresentazione del simbolismo dello scorpione.
Infatti Inanna decide di scendere negli inferi per partecipare al dolore della sorella per la morte del marito, ed inconsapevole di cosa l’attenderà laggiù, si aspetta gratitudine ed onore per il suo gesto.
Ereshkigal invece, arrabbiata, in stato di grande sofferenza per la perdita subita, la fa spogliare completamente, la umilia e quindi la appende ad un gancio piantato alla parete lasciandola lì, affinché muoia lentamente per dissanguamento (l’ira dello scorpione).
In questa lunga agonia Inanna è obbligata a vedere tutto ciò che accade nel mondo degli Inferi, a prendere coscienza ed a capire la desolazione e la morte che regnano laggiù (il nostro lato ombra).
Inanna in seguito viene salvata ed il mito termina con due momenti salienti:
quando le due sorelle si salutano, Ereshkigal si accorge di essere incinta, a conferma del fatto che ogni lutto racchiude in sé i semi di una nuova vita.
Infine Ereshkigal dice ad Inanna di fermarsi durante il ritorno a raccogliere ciò che lei ha messo vicino alle 7 porte che delimitano il suo regno, poiché questo sarà il suo personale dono da portare nel regno dei cieli.
Ad ogni porta Inanna trova una pietra, ma quando sarà risalita alla luce del Sole si accorgerà che si tratta invece di 7 gioielli purissimi.

Le sei fasi del mito:

1. La discesa agli inferi, percorso obbligatorio per comprendere le proprie dinamiche inconsce, che determinano comportamenti e reazioni, specialmente negli scorpioni.
2. Presa di coscienza della morte e confronto con il dolore, necessario per poter cauterizzare le ferite
3. La nudità, che psicologicamente rappresenta la necessità di rinunciare a tutte le difese quando si intraprende il viaggio della conoscenza di sé.
4. Il perdono e la grazia che Ereshkigal concede dopo essere stata onorata, che simboleggia come per guarire dalle qualità negative occorra prima riconoscerle, onorarle e perdonarle.
5. La gravidanza, che simboleggia i semi che si piantano durante questo percorso e che daranno i loro frutti.
6. I gioielli regalati ad inanna, i tesori di ognuno di noi che sono seppelliti sotto le scorie fatte di rancori, dolore e odio che occorre prima eliminare per poterli trovare.

Inanna e la fertilità della terra

Nel mito Inanna scende vestita come una sposa, indossando unguenti e gioielli. E’ simbolicamente anche il suo funerale e lei si prepara. Come il seme che per rinascere deve morire, la dea del granaio si sottomette.
Il sacrificio è alla base dei riti della fertilità primordiali.
“il mito relativo alla nascita delle piante commestibili… implica sempre il sacrificio spontaneo di un essere divino. Può essere una madre, una ragazza, un bambino o un uomo… l’idea fondamentale è che la vita possa soltanto nascere dal sacrificio di un’altra vita. Di fatto per tutto il tempo che Inanna restò nel mondo sotterraneo nulla crebbe e si accoppiò, la terra era spoglia. Il mito della discesa di Ereshkigal è centrato su questo archetipo dello scambio di energia per mezzo del sacrificio. Il toro del cielo è ucciso, la terra perde il proprio principio fecondante e viene ricompensata dal sacrificio della dea.

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