lunedì 23 giugno 2014

Città sottomarine e spaziali negli antichi testi sanscriti







L’articolo che vi proponiamo è stato scritto dal Dottor Dileep Kumar Kanjial. L’autore studiò al Sanscrit College di Calcutta e si laureò all’Università di Calcutta, ampliando i suoi studi a Oxford. Fu professore di sanscrito allo Scottish Church College di Calcutta, cattedratico del Victoria College di Coochbehar e incaricato di questioni sanscrite dal Governo bengalese. Ha pubblicato numerose opere in lingua inglese, tra le quali “Vimana in Ancient India“. Buona lettura.

Nei capitoli 168,169 e 173 del Vanaparvan (parte del Mahabharata) si descrive nel seguente modo la battaglia tra il divino Arjuna e gli Asura (o demoni):

“Arjuna salì al cielo per ottenere dagli esseri celesti armi divine e comprenderne il loro uso. Nel corso di questo soggiorno, Indra, signore del cielo, chiese a Arjuna di distruggere tutto l’esercito degli Asura. Questi trenta milioni di demoni vivono in fortezze situate nelle profondità degli oceani. Indra, signore del cielo, cedette in tal senso la sua propria nave spaziale a Arjuna, pilotata dal suo abile aiutante Matali. Questa nave era anche capace di muoversi sott’acqua. Nella feroce battaglia che seguì, gli Asura provocarono piogge diluviali, però Arjuna gli oppose una arma divina, che riuscì a disseccare tutta l’acqua. Gli Asura furono sconfitti, e dopo la battaglia Arjuna discese nelle città dei demoni sconfitti. Rimase affascinato dalla bellezza e dal lusso delle città sottomarine. Arjuna chiese a Matali circa la storia di tali città e venne informato che originariamente furono costruite per gli Dei per il suo uso particolare“.

UNA VISIONE CONVINCENTE

Nel capitolo 102 del Vanaparvan si può leggere, inoltre, che gli Asura erano emersi dalle loro città sotterranee, importunando in egual modo gli umani e gli Dei. Quando Arjuna ritornò al cielo con il suo indistruttibile veicolo volante anfibio, scoprì una meravigliosa città che si muoveva sul proprio asse al centro dello Spazio. La visione doveva essere convincente:

“La città appariva radiante, bella, piena di edifici, alberi e cascate di acqua. Possedeva quattro accessi, tutti sorvegliati da vedette provviste delle più diverse armi“.

Arjuna si informò circa l’origine di questo magnifico complesso celeste, e Matali lo informò che fu Brahma in persona ad aver costruito questa città roteante celeste, chiamata Hiranyapura (Città dorata). Poiché due influenti donne asura, Puloma e Kalaka, avevano fatto penitenza mille anni, il creatore onnipotente, Brahma, permise agli Asura di abitare in detta città. Però quando gli Asura si furono insediati ed espansi nella città, allontanarono essa agli Dei.

DISTRUSSERO LA CITTA’ DEI DEMONI

E dal momento che Arjuna volette combattere contro i demoni in ogni modo, Matali lo spinse a distruggere la città rotante. Quando Arjuna si accostò alla costruzione spaziale, i demoni si difesero con potenti armi:

“Si innescò una terribile battaglia, nel corso della quale la città spaziale fu violentemente gettata per aria, e poi di nuovo in direzione della Terra, scaraventata da una parte all’altra, immergendola anche nelle profondità marine. Trascorso molto tempo dalla battaglia, Arjuna sparò un proiettile mortale che distrusse l’intera città in mille pezzi, lasciando cadere i frammenti sopra la Terra. Gli Asura sopravvissuti lasciarono le rovine e continuarono a combattere duramente. Però Arjuna terminò la battaglia con l’aiuto della potente Pasupata. Tutti gli Asura furono distrutti. Indra e gli altri dei celebrarono Arjuna come eroe“.

Anche nel capitolo 3 (versi 6-10) del Sabhaparvan (ugualmente parte del Mahabharata) si parla di città celesti. Si dice che Maya, l’architetto degli Asura, aveva progettato per Yudhisthira, il maggiore dei Pandavas, una meravigliosa sala di assemblaggio in oro, argento e altri metalli che, equipaggiata da 8.000 lavoratori, fu traslocata al cielo. Quando Yudhisthira chiese al saggio Narada se antecedentemente fu fatta costruire una sala così maestosa, Narada rispose che esistevano parecchie sale celesti similari, una per ciascuna delle divinità Indra, Yama, Varuna, Kuvera e Brahma. Secondo il saggio Narada, la sala delle riunioni di Indra possedeva le dimensioni (espresse in cifre attuali) di 16 chilometri di altezza, 1.200 chilometri di lunghezza e 8 chilometri di larghezza. Risulta sorprendente quello che afferma Narada, il saggio “dell’antica tradizione“:

“La città spaziale di Indra rimase permanentemente nello Spazio. Fu costruita interamente di metallo e conteneva edifici, alloggi e impianti. Le entrate erano così ampie, che anche piccoli oggetti volanti potevano entrare in esse. La sala delle riunioni di Yama aveva una lunghezza di 750 chilometri, fu costruita di forma simile, ed era provvista di tutti i servizi per una vita confortevole. Era circondata da una parete bianca, che produceva fulmini quando il suo veicolo si spostava nel firmamento. La sala di Varuna si trovava sott’acqua e si muoveva liberamente nelle profondità degli oceani. Nemmeno qui mancavano le comodità di una vita lussuosa. La sala delle riunioni di Kureva era la più incantevole di tutto l’Universo. Misurava 550 per 800 chilometri, sospesa liberamente nell’aria, e al suo interno vi erano palazzi dorati. Però il più fenomenale luogo delle riunioni era quello di Brahma. Era il più difficile da raggiungere e costituiva un vero paesaggio quando avanzava per l’Universo. Anche il Sole e la Luna impallidivano accanto ad esso“.

Mentre i riferimenti a città sottomarine sembrano completamente realistici, tenendo conto della tecnologia attuale, la descrizione di gigantesche città spaziali sembra totalmente fantastica. Da un punto di vista scientifico si può solo constatare che nei citati libri del Mahabharata si descrivono per lo meno cinque di tali città. Tutte costruite da tecnici e capaci di restare anni nell’aria. Erano provviste di tutte le comodità, ma anche di terribili armi. Per chi scrive e per i miei colleghi non c’è alcun dubbio che il termine sanscrito “sabha” significhi inequivocabilmente “riunione di persone“. Però risulta che nei testi sacri, questa “riunione di persone” sia ubicata nello Spazio esterno e citata in connessione con le divinità celesti. Tali sale rotanti dedite alle riunioni non si trovano, con tutta sicurezza, sulla Terra. Anche eliminando tutte le esagerazioni delle narrazioni epiche, resta il fatto che a parte le macchine volanti (vimana), il Mahabharata cita anche oggetti volanti artificiali di dimensioni gigantesche.

LI STIAMO IMITANDO

La nostra moderna tecnologia sta semplicemente cominciando il suo approccio teorico al livello dei mondi antichi. Ad esempio, il Dipartimento di Ricerca Spaziale della Stanford University sta studiando la possibilità di inviare una città artificiale in un orbita intorno al nostro pianeta. Il professore Gerard O’Neill, dell’Istituto di Fisica dell’Università di Princeton, ha calcolato, inoltre, che una città satellite di questo tipo, di 30 chilometri di lunghezza, e con una capacità di un milione di abitanti, non è affatto irreale. La descrizione di questo tipo di città volanti appaiono da tempi lontani nelle epopee dell’antica India, la cui autenticità non può essere messa in dubbio. La sola difficoltà risiede nell’esatta trascrizione moderna delle espressioni come “vaihayasi” (volare), “gaganacara” (aria) o “vimana” (oggetto volante). Solo la tecnica moderna ha permesso una traduzione ragionevole.

La deduzione logica che si può trarre da tutto ciò è la seguente: in tempi immemorabili, la Terra deve aver conosciuto una fiorente civiltà con sufficienti conoscenze scientifiche per costruire oggetti volanti e lanciare città satellitari nello Spazio. Tali civiltà devono essere state annientate da qualche catastrofe sconosciuta. Ci sono solo le leggende che ci fanno ricordare di tali epoche passate.

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